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Il segreto di Dafne

La costruzione che Carla Baroni erige agli occhi del lettore è a tutti gli effetti un’allegoria. Nella forma di poemetto, la poetessa si appropria del mito di Dafne per rappresentare il più profondo dei quesiti umani, ovvero il mistero della vita, che sempre si accompagna ad un afflato religioso. Ed ecco che - in una sorta di sincretismo - al mito si accompagna la mitografia cristiana, con richiami all’Eden e ai Re Magi, così come Apollo da dio delle arti e della musica diviene angelo, anzi arcangelo che pare annunciare a Dafne il suo destino.

Ma quale è il segreto di Dafne evocato dal titolo del libro? La natura vegetale del mito viene percorsa con maestria dall’autrice, alla stregua della natura umana, con tutta la sua partecipazione al desiderio e alla trasfigurazione che ne consegue. Forse è proprio nella trasfigurazione, nel mutamento che sta la risposta al quesito e il senso del richiamo allegorico e d’altronde soltanto ciò che è vivo cambia e in ciò sta il patto tra umano e divino: “Dio ci donò la scelta, di variare”.

Un discorso a parte merita il linguaggio, spesso aulico e raffinato, e la solida struttura retorica di questo poemetto (frequente il ricorso ad anafore, allitterazioni, giochi di parole), nonché una padronanza dell’elemento ritmico e metrico, che nella predilezione dell’endecasillabo culla sapientemente la lettura, evocando, non a caso, il canto rituale, come la stessa autrice sembra suggerire in una quartina iniziale “Sarà questo mio verso pianeggiante/a dare voce al tempo mio spezzato/o invece il cadenzato suo danzare/troppo dolce che sa di ninna nanna”.

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