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Il tempo delle catene pensanti

La dilatazione del tempo, la disillusione e la fatalità che accompagna lo scandire di attimi che mantengono il sapore di eterno solo nella prosecuzione di un incanto che solo la scrittura sembra concedere: questi sono i tratti spiccati della lirica di Giuseppina Quarticelli, sospesa tra il tentativo di librare la propria esperienza poetica nel terreno assoluto e libero di un immaginario rinnovato e salvifico, e l’ancora dolorosa e onnipresente di un quotidiano che la trattiene a terra, al cospetto di quel “tempo dalle catene pensanti” che da il titolo alla silloge.

Come sottolinea Paolo Ruffilli nella prefazione, “suggestive ipotesi tramano tutto il discorso, rendendolo come sospeso e incalzandolo nello stesso tempo, al ritmo delle curve sinuose verso l’infinito”; una sorta di viaggio metafisico nella propria memoria riflessa nella contingenza mai dimentica dalla necessità morale di dimostrare a sé e agli altri un’altra possibilità di salvezza rispetto all’effimero.

“Più giovane di me | cent’anni | è lo specchio. | Deliziosi | nudi capelli | d’inconsapevole cornice | intarsiata | di freschezza. | Elargisci | persuasioni all’idiota. | E’ l’ora del tarlo”: la metafora cocente della vecchiaia si materializza nella consapevolezza di un inesorabile logorio non solo della fisicità, ma del suo bagaglio di sogni e incanto.

Giuseppina Quarticelli scrive dei testi brevi e intensi, particolarmente serrati e raccolti nella forma, caratterizzati da uno stile che trova nell’urgenza espressiva la sua maggiore forza, insieme ad una ricercatezza che ben trapela in ogni testo dell’autrice.

Un lavoro pregevole, che accoglie il lettore e lo accompagna in un viaggio fruttuoso sia nelle incongruenze e sia nelle possibilità infinite del “tempo” infinitamente divisibile, con il suggerimento implicito dell’autrice a intrufolarsi “nel battito eterno | della terra | ove tutto è già stato”.

Recensione
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