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“Quante forme ha la poesia?infinite!” dice Francesca Simonetti in apertura del suo libro, a sostegno del suo Preambolo: “Operetta teatrale”.

Ed infatti in questa opera assistiamo ad una sperimentazione di linguaggi e poetiche che contraddistingue ogni sezione di “inedita per vestigia”, dove troviamo uno scarto di registro stilistico seppure sempre compreso in una poetica dove (per dirla con le parole del prefatore Paolo Ruffilli) “la pregiudiziale di pensiero (“spazio e forme di pensiero”) si fa, in maniera attiva, sostanza di poesia”.

Il pensiero è dunque interlocutore assiduo dell’immagine, contributo fondamentale ad essa: “è l’altro che non sa che mi spaura, | s’adagia il mio pensiero invece | dove la conoscenza è letto e pace | e il cuore intatto nutre la memoria”.

Un intimismo consapevole e mai sguaiato, orientato alla fusione con quella complessa matrice esistenziale che abbraccia tutti gli umani e non solo l’io poetico, è il tema principale dei testi, improntati ad una ricerca stilistica che non lede all’immediatezza e alla spontaneità degli stessi ma garantisce all’intero corpus poetico una caratura studiata e meditata, mai trascurata a vantaggio di un banale versificare.

“Dio sconosciuto e usbergo | (odiato amato) – prendi dalla sequela | di parole le più forti per farne roccia”: in questa espressione lirica sincopata e tesa verso l’ignoto, Francesca Simonetti palesa con intensità la sua poetica vivida e concettuale, dove la parola è elemento para divino, espressione di forza che si può trarre dalla capacità di comunicare, padroneggiata a tal punto dal renderla fortezza del proprio sé stesso.

Recensione
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