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La solitudine del cielo

Quale cielo confessa la propria solitudine? Il titolo della raccolta di Giovanni Sato sarebbe, in effetti, da leggere con una variante: La solitudine dal cielo, se è vero, come si esprime l’autore, che “il senso del cadere/è in questo/tendere del cielo alla terra.” E il cielo rovescia sull’uomo tutta la sua vaghezza e la sua connaturata dimensione di stallo in quota, specchiandosi negli occhi (lo sguardo, o meglio gli occhi come specchio e pozzo ad un tempo, sono uno dei ricorrenti marcatori di questa poesia) di chi, guardandoci, riflette il nostro profilo.

L’attenzione del poeta è tutta rivolta verso ciò che resta, consapevole che il presente è inesprimibile e l’unica possibilità di indicare un verso è lasciando tracce.

La felicità, l’assoluto o anche soltanto l’epifania di una testimonianza di vita c’è in quanto già stata, colta nell’essere segno di una distanza. Non a caso la nostalgia viene evocata spesso nei versi di Sato. Ma non dobbiamo rassegnarci ad essere soltanto depositari di messaggi che la natura e l’esistenza ci rivolgono.

Nell’impianto elegiaco, giustamente posto in rilievo nell’introduzione del risvolto al libro, anche l’uomo è riconosciuto quale parte del tutto e come tale, sia pure inconsapevole, in lui si rinnova il ritmo ancestrale: “Svegliati/diapason e intona/con me l’infinito/che ci attraversa/ignoto.”. E’ forse in questa elevazione metafisica e tensione cosmica che sta la cifra più sorprendente di questi testi, che in tale contrappunto dialogano con la risacca e con i resti che altri versi raccolgono, rendendoci così partecipi di quell’altalena di emozioni e rapimenti che è propria della più instabile delle specie: l’umanità.

Recensione
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