Servizi
Contatti

Eventi


La vita fa rumore

La vita fa rumore, ovvero “disturba”, pretende attenzione e coinvolgimento, talora si presenta addirittura inopportuna, quasi ostile, ingombrante e poco premurosa.

Tutto questo “rumore” dell’esistenza, Roberto Mosi lo interpreta attraverso una forma essenziale del vivere, ovvero il lavoro, l’operosità umana tanto minacciata oggi, condannata spesso ad essere esclusivamente veicolo di sussistenza invece che strumento di identità e coraggio, lotta e affermazione.

Il tema del lavoro che anima questa silloge è dunque motore di riflessione e critica spassionata ai meccanismi inflessibili che governano le vite di molti; la poesia diventa trasmissione di un senso diffuso di impotenza, ma anche di incitamento, che trova nella eredità della memoria la necessità di lottare ancora e sovvertire l’incessante alienazione quotidiana: “Le Giubbe Rosse sono sbarrate, / i poeti scomparsi / La musica è delle sirene / i versi le urla degli operai”.

La minaccia di un mondo senza lavoro, è la stessa di un mondo senza arte, dove l’unica prepotente voce a levarsi e a dettare le regole è quella del profitto di pochi novelli Re Mida, a scapito di molti:“Re Mida converte la fatica / in montagne luccicanti / del rosso dei pomodori”.

Roberto Mosi non fa distinzione tra i “rumori” di chi ha perso o vede il suo lavoro minacciato, inconsistente, o vittima di sfruttamento.

Gli immigrati, “lo stormo di uccelli migratori”, condividono lo stesso disagio dei compaesani, da cui emergono tante figure emblematiche di lavoratori (dalla guida turistica all’impiegato di pompe funebri) che manifestano tutta l’importanza della loro professione, insieme al loro modo di interpretarla e viverla.

“Ogni sera Ulisse / torna ad Itaca”, dice Roberto Mosi. Il viaggio di ogni giorno sembra terminare, ma in realtà riprende incessante, ed “il risveglio è vicino”: i veri eroi di oggi sono i novelli Ulisse, soli ben più del mito ad affrontare difficoltà e amarezze che solo a volte si fanno “rumore” e spesso giacciono nell’oblio collettivo. Il poeta però può ancora narrare, dipanare l’indicibile, e lasciare che la sua opera formata parta anch’essa, - nonostante tutto - verso un inconoscibile e mobile futuro: “Sono sazio di penetrare / di mani l’argilla / ora il fuoco del forno / abbraccia la forma; / è pronta per essere / affidata all’aria / alla polvere del giorno”.

Recensione
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza