Servizi
Contatti

Eventi


Lo strano caso di Matilde Campi

Se volessimo scegliere due citazioni a esergo di questa breve riflessione sul romanzo di Rosina, dovremmo attingere da due racconti capitali della letteratura mondiale: “La metamorfosi”, di F. Kafka, e “Il ritratto di Dorian Gray”, di O. Wilde. Nel nostro romanzo, infatti, campeggiano entrambi i temi attraversati dai due racconti: la mutazione, con tutta la relativa portata psicologica e allegorica; e l’eterna giovinezza, con lo spettro della solitudine che ne consegue.

Nel romanzo di Rosina, però, la vicenda assume connotati differenti dai due presumibili riferimenti, dacché non è soltanto la condizione umana ad essere indagata, ma anche la concezione stessa del tempo, dal momento che è proprio sulla natura del tempo che l’autrice si interroga maggiormente, sublimano la sua duplice indole di autrice e ricercatrice (risulta infatti che la Rosina sia medico). Dobbiamo allora scomodare la genetica e il concetto della dilatazione spazio-tempo nella lettura offertaci da A. Einstein nella sua teoria della relatività ristretta.

Ma anziché elaborare riferimenti e precedenti di sorta, la cosa migliore è immergerci nelle pagine di questo romanzo e lasciarci avvincere da una scrittura accattivante e scorrevole, che amalgamando ogni suggestione rinvenibile va per la sua strada offrendo un’esperienza conoscitiva peculiare in cui l’evento generativo della narrazione, ovvero la mutazione embrionale che consente alla protagonista di resistere al tempo per decenni, funge da snodo per diverse ulteriori tematiche.

Prima fra tutti la tensione tra fine e rinascita, tra termine e ripartenza. Se da una parte lo scorrere del tempo si rivela inesorabile condanna per la caducità degli affetti, d’altro canto proprio la scoperta di nuovi sentimenti ravviva nuovamente ogni speranza e ogni illusione. E ancora proprio l’amore, inteso nella sua più profonda accezione, così da compensare la finitezza con la generosità, perché essere dediti all’altro comunque ripaga, anche della morte, anche della condanna alla vita (e proprio l’amore potrebbe nascondere la soluzione ad ogni problema, ma di più non scriviamo).

E infine la vanità, o il delirio di onnipotenza, che possono interferire con le ambizioni giustificate della scienza. Quanto sia giusto insistere negli azzardi genetici non sta a noi a dirlo, né l’autrice prende posizione.

È infatti uno dei migliori pregi di questo romanzo rimanere entro i confini della narrativa, senza sconfinare nel saggio o nel documento scientifico e senza assumere toni moraleggianti, lasciando al lettore ogni eventuale deduzione e suggestione, come ogni buona scrittura dovrebbe fare.

Recensione
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza