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Noi volevamo nascere

Il fil rouge nella poetica di Laura Puglia scorre lungo il tempo. Dal passato, che conserva una genuinità perduta, al presente, che quella genuinità vede degradata per tutte le nefaste circostanze che l’uomo ha procurato a se stesso, dalle guerre all’inquinamento. E, infine, il futuro, comunque foriero di speranza.

Ma procediamo con ordine. Il passato, per l’autrice, è un ricordo vivo, l’origine da preservare e di cui mantenere ferma l’informazione genetica: “Noi siamo il proseguimento / di quella gente / di timidezza / di vita lenta / di aria pulita / di fiume da bere / di frutti dolci”.

Come si scriveva, il presente è funestato dai problemi a tutti noti. Tuttavia è proprio nel problema più attuale che risiede la possibilità di riscoperta e sopravvivenza di quell’autenticità compromessa: “La crisi m’incanta / quasi mi piace / non c’è più la brina nera / e la diossina pungente. / Il tempo e lo spazio / hanno una grazia antica”.

Infine il futuro. In un’immagine resa con impressionante forza icastica, quasi fossimo in presenza di una sequenza video di Bill Viola, viene coperto un arco temporale che congiunge i vecchi ai nascituri e a questi, come fosse un credito biologico innestato di magia e provvidenza, viene assegnata una missione salvifica: “Ecco perché i nostri nonni / i nostri grandi padri / sono sopravvissuti alle guerre: / era l’ombra dei futuri bimbi / a sollevarli dalle trincee / a deviare le pallottole / a nascondere i loro corpi / nelle nebbie degli inverni / dentro le nevi dei monti / nei boschi nei cespugli delle rive. / Eravamo noi che volevamo nascere.”

A trionfare, in questa prospettiva che potrebbe risultare eccessivamente incline alla malinconia, è la natura, che nella sua superna persistenza non giace in una “piega” bucolica, ma si impone nell’inquadratura a tutto schermo. Nella fusione con essa trova compimento il percorso affrontato da questa scrittura, che certamente deve essere apprezzata anche per la già sottolineata capacità evocativa: “Ma l’orizzonte scatta / invade un campo di fieno / dove s’allarga il respiro / e tutto fila sereno / nel profumo di malto / di orzo e tisane”.

Recensione
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