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Non è cosa da poco

Abbiamo già avuto modo di soffermarci su alcune costanti della poetica di Maria Antonia Maso Borso, quali il rapporto con la natura, la verticalizzazione mistica, la portata euristica della memoria che può far rivivere i ricordi e infine l’amore inteso come esperienza profondamente umana che non nega ma completa l’afflato trascendentale.

Tali temi sono presenti anche nel volume presentato in questa sede. L’autrice rimane intimamente legata alla carnalità del verso (“Come può chi ascolta non rigarsi / di lacrime al risveglio e non sentire / l’odore del sangue che sfugge?”) senza abdicare all’ipotesi metafisica (“Che ne sarà di noi / cercatori ostinati d’azzurro / segni ed oracoli, spiragli?”).

Per contro, ancora una volta la Borso ci insegna che non è soltanto guardando al cielo che si possono sondare le più elevate verticalità, dal momento che la medesima profondità si cela nella vita stessa, se la attraversiamo con il più sublime strumento di conoscenza: “Sondare dell’amore / ogni profondità conviene / perché insensata è la vita / vissuta a pelo d’acqua / che impoverisce, annoia e infine uccide, / arida e senza frutto. / Oltre pensiero e azione / altri lidi ci attendono / di resurrezione: / un big-bang potente e misterioso / capace di ridare vita ai morti.”.

Pare - a chi qui ne scrive - che sia questa la cifra più significativa della poetica di Maria Antonia Maso Borso, la capacità di addentrarsi nei fatti umani tanto da ribaltarne la prospettiva, così che zenit e nadir coincidano nell’esperienza della scrittura. Nonostante le ambizioni confessate dall’autrice (“ma un giorno canterò / nel vento dell’eterno / l’intera sospirata verità / che qui ancora sfugge”) ci auguriamo che rimanga sulla linea d’orizzonte tale fine, così da offrire ancora ai suoi lettori una sintesi tanto riuscita di celeste e terreno.

Recensione
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