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Nostro male quotidiano

La parola di Canali è votata a smascherare l’indole più autentica dell’uomo, i suoi istinti più profondi. Appassionato cultore e docente, nonché traduttore, della lingua latina (latinista tra i più stimati), è forse la frequentazione di tale lingua morta, tra le più logiche e sintetiche, ad aver modellato la scrittura di Canali tanto da farla diventare strumento di immediata resa nei confronti del lettore.

Dalle innumerevoli pubblicazioni di Canali, intellettuale che ha attraversato molte stagioni della cultura italiana, spaziando dalla poesia alla narrativa, dalla saggistica alla scrittura per il cinema e collaborando con riviste e quotidiani, traspare una visione vivida e inquieta, che dagli abissi della depressione alla sublimazione del sapere ha saputo trarre una focale quanto mai esatta sui comportamenti dell’uomo inteso come animale sociale.

Il libro in questione, uscito proprio nell’anno della scomparsa di Canali, tratta dei rapporti tra gli abitanti di un paese, Cimaturrita, durante gli anni della seconda guerra mondiale. La violenza che anima gli contri tra fascisti e partigiani trova corrispondenza nei rapporti umani, e con estrema chiarezza Canali restituisce senza pudore tutte le asperità di tale conflitto sociale e personale.

La guerra annienta o trasforma. E forse entrambe le conseguenza sono presenti nei personaggi che vivono tra le pagine di Canali, dal momento che la mutazione subita nei caratteri non fa che annientare qualsiasi pietà e speranza di redenzione. Il dubbio, in verità, è che davvero di si tratti di mutazione e non già di disvelamento. Lo sguardo lucido, quasi asettico dell’autore sembra infatti dire di più, o di meno, di quanto vogliamo credere. Forse questo romanzo non fa che mostrare la realtà dell’animo umano che, spogliato da convenzioni e alibi a causa della violenza, aderisce senza infingimenti alla sua contraddittoria natura.

Tale cupa immediatezza sembra diluirsi nelle vicende narrate relativamente agli anni successivi, in cui lo scrittore coglie i suoi personaggi alle prese con sviluppi familiari ed economici contorti. Matrimoni falliti, imprese fallimentari, compromessi politici rappresentano l’evoluzione della specie, che nel vivere un presunto progresso hanno ulteriormente corrotto la propria etica, svendendo, così pare dirci Canali, la propria indole. Sembrerebbe quasi che proprio tale indole, pur appartenente all’homo homini lupus, sia quantomeno più autentica della meschina sopravvivenza che caratterizza le stesse vite nel prosieguo degli anni.

In ogni caso la lezione di Canali non lascia dubbi. La guerra è tra gli uomini perché il conflitto è radicato nella natura umana. L’autore ci mostra cosa accade quando le circostanze liberano tali istinti. Non c’è da prendere posizione o da giudicare, ma semplicemente da essere consapevoli delle proprie scelte e dei propri comportamenti, perché da quando la ferita si apre rimarginarla risulta difficile se non impossibile.

Certamente si potrebbe definire pessimista l’atteggiamento di Canali, ma sarebbe più corretto definire realista la sua scrittura che nulla sottrae e nulla aggiunge.

Recensione
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