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Poesie

La poesia di Nevio Nigro si ascrive a pieno titolo nella grande stagione novecentesca, facendosi testimone e scrigno nella maggiori lezioni prodotte in poesia dal dopo-guerra ai nostri giorni.

Dietro la limpidezza e rastremazione dei suoi versi si delinea il profilo umbratile dei più importanti campioni della grande stagione della poesia italiana. Dalla presenza della donna angelicata, che Montale mutua da Dante e che ricorre quale interlocutrice dietro lo schermo della poesia di Nigro, all’ambiguità polisemica del dettato, che caratterizza tanto la piega metafisica di Caproni quanto l’ermetismo del primo Ungaretti o di Luzi. E ancora il retrogusto nostalgico verso i luoghi della propria memoria, che echeggia Bertolucci, o l’indagine del quotidiano e dell’animo nel quotidiano, stampo della poetica di Umberto Saba.

Ma la scrittura del nostro autore, oggi non più tra noi, non gode soltanto dell’alchemica sintesi delle maggiori voci che l’hanno preceduta, identificandosi invece quale peculiare espressione di una poetica connotata da musicalità e forza immaginifica di indubbio spessore: “Suono di luce / all’ora morta, ombelico di luna, / cancella la scintilla / che ci unì / a questa vita breve. / Sete e silenzio / e paura d’amare, / desiderata sempre / all’ora morta / che più non sveli / il gemito nel buio”.

L’icasticità dei versicoli di Nigro esalta il labor limae con cui questi sono scolpiti, nella ricerca spasmodica e allo stesso tempo naturale di una poesia senza tempo, che già da altri è stata accostata alla classicità di Sandro Penna: “Graziosità / di una voce / improvvisa. / Voce che canta. / Come di donna. / O piange. / Risuscita verità / perse nel tempo. / Profumate di sole. / Profumate di notte./ Voce che non sa / se sono. /O sono stato.”

Non inganni tuttavia l’ambizione di permanenza che meritano e che auguriamo a questi versi. Non viene tradita la genuina e sincera necessità che scaturisce da un fucina mai sorda ad ogni suggestione emotiva: “Mi pesa sul cuore / il ricordo confuso / di cielo e pini. / E amori / lenti nel sogno. / Nell’incerta sete si perdono le notti / e gli anni/ e queste ossa / che sanno. / Sentieri stanchi di rose / conducono all’oltre / che c’è e non c’è /segreto come pietra”.

Del volume qui recensito, che ripropone testi già editi sotto diverso titolo, occorre sottolineare la puntuale e attentissima lettura critica di Dante Maffia, che ad ogni lirica dedica il proprio sguardo fornendo utilissimi chiavi interpretative, nonché il folto apparato di commenti e richiami che negli anni si sono susseguiti in merito alla poesia di Nigro ad opera di numerosi e autorevoli osservatori, a testimonianza di un riconoscimento che sugella il percorso rigoroso e ispirato di questo ulteriore campione della poesia novecentesca.

Recensione
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