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Pronuncia d’inverno

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una nuova stagione della “prosa”, intesa come genere distinto dalla poesia e/o dalla prosa in poesia, così come dal romanzo o dal racconto breve. Soprattutto in ambito teorico si è venuto affermando un interesse sempre più spiccato verso una scrittura che, azzerando quanto possibile il ricorso alle figure retoriche proprie della scrittura in versi, mantenesse tuttavia una capacità “configurativa” e significativa altrettanto densa ed incisiva senza, tuttavia, narrare.

Nei testi di De Signoribus, ovviamente ci riferiamo a quelli in prosa, cogliamo un attualissimo e emblematico esempio in merito a quanto abbiamo sopra argomentato.

Non si deve tuttavia pensare che l’assenza di marcatori tipici della poesia stia a significare una sottrazione dell’autrice alle proprie responsabilità rispetto al suo statuto di poetessa. Se l’inverno del titolo sta a rappresentare un’attenzione particolare dedicata ai luoghi privati della presenza umana, la pronuncia è parimenti esatta quando si esprime in versi: “Nessun ospite, nessuna guardia, / nello spavento spontaneo dell’alba.“, oppure “Delle parole, ora mi sovviene il suono, non il senso.”. Non c’è bisogno di aggiungere alle immagini e al senso laddove la poesia è già scolpita chiara e folgorante.

L’immediatezza del verso pare sancire il distacco, l’abbandono, definisce l’assenza e la sua accettazione. Tornando alla prosa, cosa rimane quindi ad essa e alla scelta dell’autrice di spogliarla di retorica, quasi a d assumere un tono “binario” nella propria scrittura?

Tanto è spoglia la prosa quanto essa pare tornare alle spoglie di uno spazio svuotato. È un ritorno tenue, quasi nostalgico. La distanza dalle cose, che pure rimangono nello sguardo del ricordo, rende ai limiti del metafisico l’approccio di De Signoribus: “Spostando gli oggetti da una mensola all’altra, mi accorgo che qualcosa manca. Lo spazio qui non regna più sovrano da tempo… mancano forse alcune simmetrie che nei leggeri spostamenti mi illudo di ricoordinare. Le sfumature dei colori o le differenti dimensioni. Ora, per esempio, sono attenta a bilanciare una pendenza ma di soppiatto un calore improvviso entra in questa casa e non percepisco più nulla. Il tutto è indifferente e trabocca di innocenza. La stanza dove mi trovo oscilla sempre più ed io con essa e strizzo l’occhio.”.

In ultima istanza, però, non c’è un “oltre” salvifico, non si declina verso trascendenza alcuna: “Appoggio il braccio sull’argine del tempo/ ma scivola, ricade sul mio corpo.”. La voce rimane al centro della scena. Riprendendo da versi già citati: “Delle parole, ora mi sovviene il suono, non il senso.”. Ma è sufficiente perché il silenzio sia scongiurato.

Recensione
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