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Racconti e memorie di isole e mari

Il talento poliedrico di Pierfederici, musicista, scrittore e saggista, affronta una nuova prova nella proposta al lettore di una serie di racconti. Abbiamo già avuto modo di apprezzare la scrittura dell’autore nella dimensione più ampia del romanzo e del saggio (o meglio di un genere ibrido tra narrazione e saggio, nel volume Oltre le colonne d’Ercole, dedicato a Verdi e Wagner).

Ora Pierfederici si misura nel perimetro più ristretto del racconto, che tuttavia non altera la sua capacità di distendere la scrittura. Questa pare configurarsi come una sorta di alterità biologica della quale l’autore non può fare a meno, così come non può mancare al pittore la sua tavolozza. Ancora una volta la congenialità della narrazione si sposa ad una fluidità dello stile che, se può presumersi retaggio dell’impegno di Pierfederici quale musicista di professione, sarebbe ingeneroso non riconoscere come qualità propria di Pierfederici scrittore.

Sarà per tale modulazione non sincopata e in qualche modo rassicurante che, nonostante la varietà e tipicità delle storie narrate, si ha l’impressione che comunque la “navigazione” conduca al porto. L’autore affonda nella tradizione del racconto di mare, fatta di amori e lotte, di fantasmi e naufragi, alimentata da letture classiche del genere e dalla propria esperienza di frequentatore di isole (in particolare dell’Isola d’Elba), con le relative leggende presumibilmente raccontate ai piccoli o giovani turisti da vecchi marinai.

Ma qualsiasi sia l’apparizione spettrale, qualsiasi la tempesta che coglie l’imbarcazione tra le onde, si percepisce una stabilità che soltanto la terra ferma può consentire. Se il luogo evoca la leggenda, spesso connotata da drammaticità, allo stesso modo quel luogo non tradisce il lettore. Rimaniamo sempre consapevoli che l’isola non ci abbandonerà, così come non saremo noi ad allontanarci, perché è proprio la narrazione a costituire il perimetro di sicurezza entro cui poter ascoltare (alias leggere) le più stravaganti avventure, senza perdere l’orientamento.

La centralità dei luoghi, l’affidabilità della terra ferma riconducono anche ad un’asciuttezza dell’approdo rispetto alla liquidità del mare. Il contrasto tra la vivacità delle onde, solcate dall’uomo, e la staticità dei luoghi, su cui l’uomo pare quasi scomparire, essendo ormai in salvo e non avendo, quindi, più parte nell’avventura, viene enfatizzato dalla presenza di fotografie che nel volume accompagnano ogni racconto. Lo sguardo della fotografa, Lucia Mazzaria, si posa su quadri marini di scogliere, gozzi a secco, spiagge in cui la presenza umana e, più in generale, l’azione latitano. Oltre ogni evento mirabolante restano infatti gli spazi che lo hanno accolto e questa è la possibilità di salvezza che l’autore, e l’autrice, offrono alla luce di un principio che non dobbiamo mai dimenticare: è la natura a governare il nostro destino e al di là di ogni sforzo e di ogni ambizione umana, di quella natura siamo parte e non padroni.

Recensione
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