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Una barca giace aspettando

La plaquette di cui in questa sede scriviamo si contraddistingue, in primo luogo, per l’eleganza e il rigore della sua impaginazione e fattura. Tale definizione si riflette nella limpidezza del verso che, non a caso, spesso assume tratti aforistici: “Alle volte ci scordiamo di rallentare / ignorando così quanto meglio si vivrebbe.”, o anche: “Tutto vivrà, tutto si farà / se le api ancora resisteranno qua.”.

D’altronde la scrittura, per Zanon, non è artificio e non può che attingere dalla realtà divenendo essa stessa realtà. Essa diviene fare, anziché dire. Così, quando l’autore scrive “Ho trascorso tutti i miei viaggi / a parlare dell’alba […]”, non riporta di qualcosa, in un secondo tempo. La scelta del verbo, trascorrere, denuncia infatti la coesistenza della vita con la scrittura. L’alba è vista e scritta ad un tempo, quasi a poter confondere, sul piano ontologico, le due circostanze.

Ma Zanon azzarda ulteriormente e si fa tramite, cassa di risonanza e testimone: “Sia dato ancor voce a quel mondo agreste, villereccio / che lentamente sta per scomparire”.

Ma, si badi, la vocazione del poeta non viene abdicata. La responsabilità di chi crea rimane, certamente riferita o annunciata dalle cose, quasi posta a premessa metafisica, visione che dal paesaggio si interiorizza e rilancia, lasciano sospeso il lettore come : “Batte il remo sull’acqua /nel quarto di luna che accarezza / un sonno notturno d’anatre fra i canneti.”. E poi: “Il vogatore si fa strada con lume verso il mistero.”.

Recensione
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