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Verzieri. Le poesie francesi

Vergers è l’ultima opera di Rilke, terminata in prossimità della morte e scritta intervallando le cure che l’autore stava conducendo. I verzieri sono i giardini in cui presenze angelicate e oggetti allegorici scongiurano, sfumano e illudono la finitudine umana, loro che ne sono scevri, a beneficio di noi lettori che veniamo sollevati dalla loro soavità.

Tra i più grandi scrittori tedeschi di ogni tempo, Rilke adotta una lingua straniera, il francese, per scrivere questi testi, quasi a voler prendere - anche nel vocabolario - le distanze dalla zavorra dell’esistenza. Sulla soglia di un confine Rilke saluta, in abbandono o in ingresso, a secondo della prospettiva in cui si voglia inquadrare la quota di stallo di queste poesie, le luci che hanno sempre costellato il proprio firmamento, libero ormai dalla pesantezza del tempo a venire e quindi ancor più delicato e musicale nel dettato.

Una danza in controluce per l’autore che più di altri ha influenzato musica e danza, in cui sul proscenio passano in rassegna miti e presenze epifaniche, ricordi e invocazioni, anche a persone care, ma sempre in una sorta di penombra elegiaca che, pur volgendo alla luce, lascia spazio all’intra-visione.

Potemmo forse pensare a poesie del commiato, ma probabilmente non era questo che il sommo poeta aveva in mente quando ha intrapreso la sua ultima impresa letteraria. Più verosimilmente si è trattato diana concessione, felicissima e riuscitissima, di liberarsi dal giogo della lingua natia per poter liberamente “poetare” cogliendo dalla propria esperienza e dalla propria percezione le occasioni del verso, così come, per l’appunto, si usa fare in un giardino, nei verzieri tanto amati e qui celebrati.

Recensione
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