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Il titolo dell'ultimo libro di poesia di Maria Grazia Lenisa suona quasi come un
ossimoro, se per Saffo intendiamo la più soave cantatrice dell'amore che abbia
offerto
l'antichità classica e se per chimera
intendiamo quanto del simbolo
chimerico ha
rivelato lo studioso Paul Diel nel saggio
Le
sybolisme
dans
la
Mvthologie grecque, cioè "il pericolo dell'esaltazione
immaginativa". In realtà, la cultura moderna ha reso giustizia alla poetessa di
Lesbo e ha fatto piazza pulita sia delle indecorose esaltazioni di
omossessualità sia delle ingenue difese di castità sacerdotale. Saffo sempre più
viene letta – e sicuramente Maria Grazia Lenisa è stata ed è un'anticipatrice e sostenitrice cli questa
visione – all'interno del ruolo che la sacerdotessa ricopriva nel tìaso
dell'epoca, una sorta di comunità religioso-pedagogica legata al culto di
Afrodite e di Dioniso, divinità che soprintendevano alle arti e che ispiravano
agli umani la ricerca della bellezza.
Le giovinette elleniche di alto lignaggio
trovavano in questi giardini conchiusi di libertà e di elezione il raffinato
ambiente di educazione al canto, alle danze, alla poesia, aì miti e in generale
alla ricerca della bellezza, in un'età dell'oro, che, al di fuori del tìaso, non
riservava alle donne granché rispetto o considerazione, essendo la cultura e la
società greca rivolte in via esclusiva alla celebrazione dell'uomo sia come
sapienza sia come perfezione fisica. In una società dichiaratamente maschilista,
come senz'altro fu quella ellenica, Saffo riscattò la donna da fattrice di
figli, posseduta dal capofamiglia come la più pregiata delle giumente perché in
grado di produrre essere umani anziché vitelli, la riscattò, si diceva, a
suprema detenntrice e sacerdotessa della più sublime delle attività divine che
la civiltà di allora celebrasse, cioè l'amore, la fertilità, la sessualità, e la
bellezza in genere, fino ad allora ritenute prerogativa della virilità, essendo
la donna strumento inconsapevole di piacere e di procreazione. Non si è
trattato, da parte di Saffo, di un'operazione di sindacalismo sessuale od
omosessuale, perché avrebbe sfondato una porta lasciata sempre aperta dal
maschilismo; si è trattato, invece, di un'autentica rivoluzione culturale, che
ha raddoppiato d'incanto l'orizzonte del cielo, un pensiero nuovo ed
inquietante, quasi ai limiti della
chimera, ci
dice con una punta di ironia la Lenisa, per fare intenderci il pericolo
che, agli occhi degli uomini più maschilisti, la sottana di Saffo ha sempre
rappresentato e tuttavia rappresenta. Ma non certo agli occhi di Grytzko
Mascioni, poeta, narratore e saggista, scomparso il 12 settembre 2003 [cfr.
Vernice
n.
26, p. 53], caro amico di
Lenisa, che dedica il suo libro alla memoria dell'amico scrittore scomparso.
Mascioni, tra l'altro anche profondo studioso dell'antichità greca, scrisse il
suo saggio di maggiore successo dedicato alla poetessa di Mitilene,
Saffo
di
Lesbo, e lasciò una sorta di
eredità culturale alla Lenisa, una specie di messaggio d'amore, per l'arte, per
la vita e per la bellezza, da fare rifecondare nel tempo, nel nome di Saffo e
di Afrodite.
Gioiosamente la poetessa di Terni raccoglie il testimone dell'amico
scomparso e gli dedica questo mirabile libro, che è canto lirico, armonioso e
libero, indagatore e irriverente, solenne e familiare. Lenisa teorizza una
versione di attualità di Saffo, ma ecco che la moltiplicazione delle facoltà
semantiche del linguaggio porta la poetessa ad esplorare le possibilità di
e-versione, in-versione, di-versione sul messaggio che proviene da oltre
ventisei secoli di storia della civiltà occidentale. Non si tratta di parodie
inventive aventi come spunto alcuni testi di Saffo, scelti tra quelli più o meno
noti, ma, comunque, essendo in realtà così pochi quelli che sono giunti fino a
noi, non è gran fatica identificarli. Ma si tratta ancora una volta di
sottolineare quel particolare potenziale di "eccesso di esaltazione
immaginativa" che la poesia di Saffo ha sempre esercitato nei suoi lettori.
Quale altro modo migliore avrebbe avuto, la Lenisa, per celebrare l'attualità
di Saffo, se non che dimostrare nella realtà della nuova pagina scritta la
spinta d'immaginazione che i testi dell'antichità possono ancora suscitare? Così
le figlie Francesca e Marzia prendono il posto delle varie giovinette Gongila,
Attide, Dica, Anattoria, Arignota, Attis; Maria Grazia prende il posto di
Saffo; Gryscia, affettuosa derivazione russa del nome Grytzko, l'amico poeta, è
convocato idealmente a nozze nel testo, in un evento nuziale che si conclude con
una citazione scherzosa e familiare, Marameo, evocatrice di un'opera
dello scrittore. Il canto di Saffo, a poco a poco. diviene sempre più
evanescente, come un fantasma in dissolvenza, e si avvalora in controcanto la
voce di Lenisa, che finisce per approdare con sicurezza al nostro secolo, alle
nostre inquietudini. amori ed
angoscie e s'intona nelle
forme di una voce amebea, quella dei due amici poeti, Gryscia e Maria Grazia,
che tracciano con parole evocate, con precisione calligrafica, dall'antichità,
la forma più sublime del loro autentico amore, quello che ciascuno dei due ha
dedicato alla poesia:
A me pare simile a un uomo | quell'uomo | non scomodo certo agli dèi che simile
,| dea | sei tu poesia parli per bocca mia | e lo sconvolgi tutto. Scrivo col
corpo.
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Recensione |
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Saffo chimera
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poesia
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| Autori |
| • | Maria Grazia Lenisa |
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Edizione:
Bastogi Editrice Italiana
Foggia 2004 |
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| Nota dell’autrice. Studio di Sandro Allegrini - pp. 84 |
| prezzo: € 8,00 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Vernice nr.30/2004
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