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Il titolo in latino del volume di Maria Luisa Daniele Toffanin rimanda immediatamente a una dimensione di poesia alta, impressione che viene confermata, da una parte, da un richiamo, che scatta improvviso nella mente ai "Rerum vulgarium fragmenta" petrarcheschi, dall'altro, dal titolo emblematico del testo che fa da introduzione: Introibo. In questo caso non è solo l'uso del latino a far riflettere, ma la scelta del verbo che è anche l'incipit del rito della messa prima dell'introduzione delle lingue nazionali in ambito liturgico. Poesia alta, dunque, in una dimensione di sacralità che, mi è sembrato di percepire, come la sacralità della vita all'interno di un orizzonte di significato, una ricerca di senso che affonda le proprie radici nella parte più profonda di noi stessi, nella sede delle emozioni e delle angosce non per restarne schiacciati e prigionieri, ma perché il dolore di ognuno diventi il dolore di tutti e si traduca in attesa, speranza, progetto.

Il dolore variamente declinato, da quello per l'uccellino morto nel nido devastato a quello, ricorrente, per la madre scomparsa, è il filorosso dei versi di Maria Luisa; voci,volti, presenze che sono per sempre nella memoria e nel cuore, ma che non gelano l'anima in uno sterile rimpianto, anzi la fanno rinascere, come in un rito battesimale e pentecostale, nell' acqua e nello spirito a vita nuova: "Come a rito dei primordi | sale magia d' incontro | e il vuoto pieno si colma | di pace immensa screziata di ardore..." . Ma se è l'esperienza del dolore a segnare nel profondo, anche se per fecondare e aprire a prospettive nuove, è la natura onnipresente a offrire lo spunto per un'immersione nella mente, nel cuore, nelle emozioni e nei ricordi e dunque la natura non è una contemplazione idillica ed estatica ma, pur goduta appieno nella sua bellezza e nel suo sconvolgente devastare, è spunto per il sogno, il ricordo, il canto: "Vigna amica | devota ai riti di terra | a riporgere al sole | il tuo arazzo di grappoli d' oro | ad adombrare di verde |  il mio bianco di luce".

La Terra Madre, segno di generazione universale, si lega ora al vagheggiamento e al ricordo della madre perduta: "Ti ho vegliata madre | nella terrena ultima notte... | Ti ho vegliata | senza scialli di pianto | ma velata di tela di rose ..." ora a segni e simboli di una maternità che è cerchio, uovo, nido, culla: "Tra ali di merla al fine ti ninnavo | nel mio nido albale di piume | nel rito dei sacri mesi raccolto | già icona di vita-divenire... E questa maternità che concentra | nel suo rotondo d'uovo immenso | il senso dell'esistere...".

Tutto viene proiettato in una dimensione mitica, miti personali in cui vivi e morti si trovano a celebrare insieme un rito arcano sotto gli occhi vigili dei "cari Numi della casa": "Ardeva intorno odore buono | di castagne e vino novello | nell'ora semplice che più voci | smemoravano dei padre gioie affanni..." , ora vagheggiamento di miti universali, veicolati da viaggi che sono itinerari dell'anima consacrati al mito dalla storia e dalla poesia: "0 voi ieratiche immagini | di remoti miti, tornate | con armonioso ritmo circolare | nelle anfore ocra e nere. | Lasciate passare sul prato | odoroso di sale | la donna-dea adorna di buganvillea".

L'itinerario di Maria Luisa Daniele Toffanin, alla ricerca degli Archetipi, si chiude con l'immagine struggente del padre nel Campo di Benjaminow: "Il pianto soffocato di voi reduci | tu lo zio Nino Guelfi ed altri | segreti nel salotto buono | a rimestare morti e vivi | a rimodellarvi le ore...".

Ma il dolore non è solo gelo, è anche vita che chiama: "E anche il cuore è luce di viole fiorite | sulla linea ultima del giorno che a noi così non muore | Miracolo, poesia, l'infinita nostra attesa".

Recensione
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