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Maria Grazia Lenisa o dell'allegoria

"Ha volto in maschera d'acciaio puro, | s'inginocchia, | accende la miccia, | studia come lentamente la vita sia | raggiunta. | Immagina Io scoppio, | Io fulmina.| Resta nella stanza l'acciaio | fuso..." (La sterminatrice). C'è una sospensione allucinata e dolorosa, in questi versi di Maria Grazia Lenisa tratti da una raccolta, Eros sadico, che fin dal titolo evoca un'oltranza, lo sguardo sugli abissi della pluralità e della contraddizione: è un senso del "sacro", inteso come esperienza dell'Oltre nella crudeltà stessa dell'esistenza, attraverso il dolore e attraverso l'amore ("Cancer | più bello non conobbi mai uomo crudele | tra staffili e pungoli e punte di coltello avvelenate"), trasfigurati da una pratica radicale della parola, che predilige l'allegoria fiammeggiante e visionaria come strumento di conoscenza e intervento.

Luogo del disfacimento, più che della compostezza o ricomposizione della verità dell'io, luogo della finzione mascherata da profondità ("volto in maschera d'acciaio puro") nelle pieghe della propria avventura codificativa, la scrittura espone l'io, in presenza dell'Eros e della Morte, ad un'azione corrosiva e devastante ("lo scoppio"), depositandosi in tracce e "resti" pulsanti e magmatici ("l'acciaio | fuso"), nei detriti dell'Altro, in cui la vita ("Questa vita che regge la Ventura per l'esse che cancella | e cambia senso") si avverte esposta al precipizio della propria identità attraverso la moltiplicazione degli specchi, attraverso i fantasmi di Allen, di Arthur, di Charles, dapprima, e poi di Sinisgalli, della Montalcini, e di tutti gli altri che più o meno esplicitamente (Sergio Pautasso, Stefano Lanuzza, Giorgio Bárberi Squarotti, Antonio Allegrini e la sua figliuola, "Valchiria con la faccia di luna") abitano i versi, fino a Grytzko: tutti all'insegna del comune denominatore della poesia, di un'istanza cioè amorosa che si fa parola metamorfica e avvolgente, in cui progressivamente ("lentamente") si svela, finalmente "vinta ogni forma di vanità", quella "religione del niente" vissuta nella coscienza del carattere effimero della Vita, in presenza del limite 'e della Morte ("Oh innamorata, innamorata della Morte!"), senza debolezze e pentimenti, di cui la grande poesia con la sua radicalità negativa è stata sempre sacerdotessa ed interprete.

Recensione
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