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Ninnj Di Stefano Busà è presenza costante, molto conosciuta, nel diorama della Letteratura contemporanea. Laurea in Lettere, saggista, critico, poetessa, scrittrice ha saputo raccogliere intorno a sé i consensi più autorevoli della critica di oggi e di ieri.

Si sono interessati alla sua opera in una fitta gara di recensioni, prefazioni, monografie, studi esegetici taluni fra i più prestigiosi nomi della Letteratura italiana, a cominciare da Carlo Bo che la incoraggiò a preseguire, poi via via in un crescendo di interesse: M. Grillandi, E.F. Accrocca, F. Ulivi, D. Maffia, A. Bertolucci, V. Vettori, Aldo Capasso, G. Bárberi Squarotti, N. Bonifazi, S. Demarchi, R. Berti Sabbieti, A. Piromalti, V. Esposito, F. Tomizza, G. Pampaloni, P. Maffeo, A. Coppola, S. Guerrieri, P. Ruffilli, G. Raboni, M. Forti, F. D'Episcopo, R. Filippelli, S. Gros-Pietro, D. Puccini ed altri.

La scrittrice ha al suo attivo sedici volumi di liriche e una fioritura illimite di saggi, interventi, articoli apparsi su riviste qualificate italiane ed estere.

La poesia di Ninnj Di Stefano Busà è carismatica ed è, prima di tutto, impegno di levità espressive ove l'impegno si solidifica nel dispiegamento di pensieri che si evolvono in un naturalismo cosmico. fatto di particelle di umanità e di rilevanze espressive che sono il sinolo della sua poetica sgorgano dalla esperienza globale della propria anima che insegue qualche eco classica e miscela sapientemenu natura e cultura, materia e sogno, temporalità e intuizione di Eterno: "Di un vento rapinoso fluttua la campagna, tiene alto il supplizio del mondo." (Orbite vuote)

La riflessione filosofica sa ridisegnare le venature sbiadite del vissuto. Parafrasando Gerard de Nerval si potrebbe affermare che Ninnj insegua immagini di sogno in un deja vu che è sintomatico della sua tensionalità onirica, che la vede narratrice delle "assenze", della catabasi di ogni progetto di felicità (come lei stessa dichiara nella sua nota introduttiva al volume). L'essere umano è complice di una frammentazione negativa dal punto di vista della fedeltà all'essenza spirituale, a iniziare dal relativismo che menoma i concetti principali, unitari del progetto umano, alle iniplosioni del transeunte che persiste a rimanere diviso dalla totalità dell'essere, dal viaggio dell'io nella sua nudità di – assenza – come l'autrice definisce lo status dell'individuo a fronte del suo inevitabile, il quale inerisce via via la percezione del reale, per inseguire l'angoscia lucreziana sommersa da consapevoli incidenze, da antefatti e avvenimenti che esercitano sulla sensibilità avvertita distefaniana: la pregnanza del verso. suggeriscono la fragranza, i colori, le varianti del tempo e bell'esistente, il pathos e il tormento del' io che vive la sua avventura metaforica intrisa di succhi montaliani e le reliquie memoriali della propria esperienza culturale, in un dialogare assiduo con se stessa, profila moduli surreali di una liricità sottile, segreta, enigmatica, coronata dal trionfo finale di una realizzazione creativa asciutta, coesa, ricca di fermenti del suo processo creativo.

La parola fin dal primo avvio genetico/molecolare, si delinea come messaggio personale con la sua carica fonico-allusiva potentemente suggestiva, dilatata e idonea ad una sperimentazione linguistica di eccezionale spessore, connessa a situazioni naturalistiche e d'anima vigorose e felicemente individuate. Si muove lungo un filone filosofico-strutturale fatto di compattezze stilistiche, che danno ampio respiro alla parola turgore e sonorità alle suggestioni.

Lungo gli anni dell'infanzia in Sicilia alle peregrinazioni nelle terre del nord, si sono depositate nel limo sotterraneo della sensibilità dell'autrice fantasie estatiche, valori coscienziali, attese, turbamenti, intuizioni che si sono coagulati in una lingua a sé stante, nelle stimiate d'anima della sensibilità e della coscienza che gettano luce e trasfigurano i timbri linguistici vibratili di una loro significazione interna ad essi: "Si attorce ogni cosa nel suo stesso male, | come falena alla fiamma." (Immanenza)

Così, pare soggettivo lo scavo di ricerca, l'autonomia-padronanza del verso che si delineano trasfigurativi del reale, quasi primigenia connotatività tesa a vagheggiamenti di pensiero nutriti di linfa propria, (Ninnj ha cominciato a comporre versi all'età di dodici anni), già allora dotata di contiguità con l'essere profondo, dentro un circuito di capacité metaforiche che ruotano attorno a un respiro cosmico e universale, sono le prime prove esordienti a rispecchiare una personalità ben delineata nella coralità di un tutto suggestivo e universale che la distingue.

In un canto epifanico di esperienze culturali maturate ad un fuoco classicheggiante che, pure la confermano sempre nuova, in un'alterità perenne votata a rivelare il nucleo delle cose, l'autrice muove le sue prime esperienze letterarie che la impongono alla più autorevole critica.

Le forti affinità montaliane delle quali Ninnj Di Stefano Busà avverte la lezione originano dallo stesso – mal ai vivere –, dallo stesso immutato profluiare di frantumazioni e di lotte quotidiane, viste in funzioni dell'uomo che porta in sé la sua catabasi. Perciò coniuga rappresentazioni figurali a cadenze mnemoniche ritmate dal disagio e dal malessere che investono la società tutta. "Eppure d'infanzia era solare", afferma Ninnj, offriva opportunità di gioia, di richiami e suggestioni paesistiche dove entrano in gioco l'ausilio di una sensibilizzazione quasi sacrale. Quel vagheggiamento panico è, tuttavia, orfico-aurorale, presentimento di coscienza critica e di tensioni comunicative e sperimentali, legate precipuamente alla cultura francese e italiana del primo Novecento, da Mallarmé ai Crepuscolari, a Montale.

"La forza impressionistica del suo discorso poetico non va confusa con l'elegismo intimistico dominante nel Parnaso femminile, né con il ribellismo oltranzista dell'opposizione femminista e neppure con lo sperimentalismo velleitario dei gruppi d'avanguardia. Ha saputo tenere alto il culto della parola, perseguendo una purezza espressiva in linea con la migliore lezione lirica moderna, italiana ed europea" afferma Vittoriano Esposito.

E quell'irriversibile inquietudine, quella sorta di assenza reiterata, protratta fino all'estremo, quell'incompiuta felicità di cui risente il suo lirismo non sono procrastinati a riemergere da un fondo di cupo dolore né dal pessimismo o dal mutamento delle esperienze, ma sono il succo, il concentrato, l'alfa e l'omega di un processo di liberalizzazione della coscienza adulta, dove affondano in un'aura di mistero le vere ragioni della vita.

La forza impressionistico-evolutiva della sua cadenza poematica si dilata nella significazione dei silenzi sospesi, delle attese, delle memorie che si coagulano nella magmatica presenzialità delle forme, degli aspetti fonico-cromatici che ci riportano alla pratica poetica e al clima culturale estetico del primissimo Novecento per la stessa caducità dell'essere, la stessa malinconia del limite "leopardo" nel quale: "sovrumani silenzi, e profondissima quiete | io nel pensier mi fingo |... | così tra questa | immensità |...| il naufragar m'è dolce" seguito subito dalla trasfigurazione e dall'urgenza del vissuto.

Il risultato è una rapida crescita e proliferazione connotate ad ansia d'Assoluto e a comunione cosmica, attraversate da striature liriche pregnanti, da simboli e immagini che si effondono e tracimano dalle bordature strutturali del discorso, in un dettato che è soffio energetico balenante, surreale per matrice di accadimenti sostanziali destinati a trascendere e a ricomporsi in lasse equilibrate e vitali, al punto da farla apparire poeta della –conciliazione – con le ragioni gnoseologiche che pur connesse al Caos e a Tanatos pervengono ad un assoluto che sconfina di luce propria e di armonie.

Anche la sensibilità prosodica della poetessa sembra incontrare qualche momento di stasi, di sospensione, di tregua: "Pare lenire il mare il suo eterno moto, | l'onda che trascina sta nel poco spazio | che arde e si rigenera da sé | pur se allenta il suo tributo fra dolore e morte." (L'infinitezza e la perdita).

L'endecasillabo, (suo verso preferito), a tratti, si mimetizza nelle spoglie dell'alessandrino o del verso accoppiato, dalla pronuncia larga, ondante, ritmata dall'anafora o dal palisindeto, assemblati da una energia che si avvale dei flussi di memoria tesi a recuperare percezioni, emozioni obsolete, musicalità recondite, adombrate da baluginai metaforici senza forzature di linguaggio, di tono.

Archetipi verbali rivivono di una congeniale rivisitazione e frequentazione del mito, quale approdo esistenziale di un persistere di contraddizioni, di nodi, di attese, di sconfitte, di luoghi smarriti e ritrovati. Poesia per palati esigenti, quella dell'Autrice, che ha dalla sua, da una raccolta all'altra, il dono di rinnovarsi, di stupire. "Non una sola, ma infinite formule felicemente compiute, nel dominio assoluto del dettato lirico fanno di questa poesia un'avveduta e smaliziata linea di confine, lo stacco tra sé e lo sperimentalismo aberrante di tanta poesia moderna." (Antonio Coppola)

La sua è scrittura che distilla in alambicchi solitari testimonianze e visioni, memorie ed echi, enigmi e incognite di una soggettività che è testimone del suo tempo. Un lirismo talvolta tenero e riflessivo sempre controllato da un severo e concettualizzante modulo che risponde alle esigenze dell' "oratio" saluta o adstricta tra modernità e classicità, che modula cifre tematiche della poesia da Leopardi a Quasimodo, Montale.

La percezione del tempo è perennemente in ascolto delle modificazioni e connotazioni del transito delle stagioni, del perenne alternarsi dei rituali d'anima, inevitabili in questi ritmi eterni, in questi trasfert metaforici allusivi, di cui come proposta permane una polimorfica e idillica (e)ssenza che è anche quell'(a)ssenza carica di drammaticità che pur non scade nel più inquieto pessimismo: l'autrice sa dosare in una serie interminabile di avventi, di elementi, da sfumature, metafore mentali di straordinaria efficacia, estrazione neoclassica cara da sempre alle Muse sichelidi da Teocrito a Quasimodo.

Ninnj Di Stefano Busà è sicula trapiantata a Milano, ai venti nordici delle sue innumerevoli peregrinazioni ha forgiato la sua preparazione linguistica: viaggi di studio all'estero, molti convegni negli anni 90, (dove per meriti letterari le è stato conferito il diploma di benemerenza da parte della Società Argentina degli Scrittori). Ha visitato varie parti del mondo, (Brasile, Giappone, Argentina, Australia, oltre che tutta l'Europa).

I suoi percorsi e tracciati culturali sono "cultissimi". Si interessa di discipline estetiche da sempre, i suoi interessi sono rivolti al carme leopardiano, intriso nel suo dolore. La vis lirica si insinua tra le pieghe della creatività fantasiosa ma anche nelle piaghe del mondo, nel nichilismo che ci fa esiliati e umiliati dalle folle fatica del vivere quotidiano, oltraggiati da disagi che il male induce in ognuno. Ogni "assenza" intesa come mancanza o rinuncia è generata da conflitti interiori che non metabolizzano la sconfitta, le lotte per la sopravvivenza, le guerre, i soprusi, gli abusi, le violenze. Ogni afflizione si delinea e si snoda da un'ansia metafisica, da una traslatura di effetti che mistificano l'esistente, fomentando in noi contraddizioni e conflittualità.

Il dono di poesia di Ninnj lei Stefano Busà è sempre intravisto come dilatazione di sofferenza via via che si allontana l'obiettivo del sogno e si ispessisce la scorza dì scetticismo di ascendenza montaliana in una sorta di resistenza personale alle amputazioni esistenziali (che lei, con termine azzeccato, definisce assenze) e hanno le loro radici nella percezione di un vuoto, di una pena ineludibile, nel rifiuto di destini precostituiti, incompiuti, irrealizzabili, propri di chi avverte la vita come tensione e pulsione intellettuali; vuoti) a rendere, attacco del cuore nel frastuono caotico della civiltà contemporanea.

La nostra libertà sta nella trasfigurazione, proprio come Leopardi "io nel pensier mi fingo..." E concludo con i versi di Ninnj: "Qui, in questa perdita-assenza, in quest'antro | di esilio, a immagine di terra screpolata e argille, | dove termitai completano il dolore della pietra, | cova il senso del dire". (Traluce il flutto).

Ha ragione G. Bárberi Squarotti quando dichiara che: "questa poesia possiede capacità espressive non comuni che si fondono tra sogno e visione, meditazione e contemplazione, senza appesantire il risultato che è di massimo rigore e grande ricchezza umana e letteraria." E infine come dichiara Raboni nella precisa puntualizzazione introduttiva all'opera: "quel che trovo interessante è come i grandissimi vuoti dell'anima non vengano intrinsicamente violati dalle condizioni germinali di disagio, che riescono a incarnarsi con naturalezza a quella sorta di imprendibile felicità negata."

Recensione
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