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Tempo di consuntivi per Maria Luisa Daniele Toffanin che non inutilmente torna a meditare nei suoi recentissimi Fragmenta, Marsilio, Venezia 2006 (come già aveva fatto in Dell’azzurro ed altro, La Garangola, Padova 1998/2000, in Per colli e cieli insieme mia euganea terra, La Garangola, Padova 2002 e nelle altre sue raccolte) sui suoi conflitti interiori, sul mistero che avvolge i moduli e i tempi dell’esistere, ora che avverte e sente “l’umile splendore delle note pure” (Per filosofo antico – Dell’azzurro ed altro) a ridosso di addensamenti d’ombre e silenzi.

Ci si accosta alle sillogi poetiche di Maria Luisa Daniele Toffanin e alle vicende d’arte, di pensiero e tramiti religiosi che le danno supporto, senza particolari sensazione e sorpresa. La poetessa non recita, non mima la sua immagine spirituale. E’ fondamentalmente fedele a se stessa, anche quando, senza averne l’aria o l’intenzione, sembra accreditare di sé l’icona di donna colta e pensosa, di una sobrietà e armonia visiva tutta rinascimentale, con un fondo di decadente amarezza esistenziale che rimanda a certe venature petrarchesche e a certi larghi handeliani ondanti trepidi di malinconia polizianesca e di una densità di contenuti tutta leopardiana.

Il respiro lirico accompagna come una musica e intride il dettato poetico nelle fasi del suo percorso e scandisce i tempi, i ritmi, le cadenze affettive che hanno la fascinazione di simbiotiche rivelazioni e reminiscenze d’infanzia fragrante di un’intima aura suggestiva, di messaggi a se stessa, di atti d’amore e amicizia, di doni di sé tesi ad illuminare scenari, tra cielo e terra, di un mondo perennemente presente di incanti di siepi di radure e forre e fiori e sillabe di suoni e lampeggianti intuizioni creative scoperte e ricupero di un codice espressivo irrisolto, eppure congruo e vibrante di tenerezze e albori di sogni “in fieri” perenne.

“E chiusi in grevi pensieri, | sulle vostre orme lucenti | si va per celati sentieri | d’umano soffrire | a dare conforto di fronde | appoggio sicuro di tronchi | creando trame di nidi | per voli altri di vita | incerto il nostro comune librarsi” (Per colli e cieli insieme mia euganea terra).

Per Maria Luisa la vita è veramente sogno di scoperte, di viaggi, di attese, di sospensioni e di riprese ideali e ricuperi sensitivi. Così si viene chiarendo anche uno dei modi della sua poetica, la sequenza di andirivieni dell’Io senziente, che unifica in una visione nitida e complessa i momenti storici e i riferimenti logici e ideali del gusto, della vita letteraria e della costante ricognizione e approccio alla fonte classica che sta dietro ogni verso o segmento verbale.

E si viene ulteriormente precisando il valore emblematico della transizione lirica di Maria Luisa connotata di spontaneità e immediatezza, della percezione di momenti lirici vagamente intrecciati a situazioni autobiografiche e ad una memoria poetica immanente, fervida di potere trasfigurante che si vengono rivelando nel discorso poetico lieve e rarefatto, metaforicamente contenuto, melodico, sotterraneo   picchiolato di connotazioni oniriche che la mente tenta di nascondere e decodificare “Cuna di sogni | è l’attesa. | Sogni turgidi | sbocciati tra colchici | in mattini di rugiada | nutriti quasi creature | al seno dell’illusione | frementi in volo | come battiti d’ala” (Attese acerbe – Dell’azzurro ed altro).

La pronuncia, di volta in volta svagata, discorsiva, tenera, idillica, elegiaca riassorbe sensazioni e modulazioni preziose, magie memoriali di luoghi filtrate, lievitate, trasfuse nelle parole che evocano ferite e ne rinnovano la storia perenne di tracce, di presenze disperse nelle rughe del tempo, vibrazioni cromatiche tonali, essenziali lungo i cigli di un percorso d’anima costellato di attese. Di qui l’attitudine della poetessa di aderire ai dati reali, alla fenomenologia di una vita interiore di meditazione e osservazione amorosa, quasi proustiana che tende a riscoprire e rieducare la creatività, alla scuola di un rigore fantasioso.

“Oh folle delirio, forza d’amore | …Oh mia dolce illusione d’essere, | nel giorno che mai non muore, | sabbia acqua sole del tuo mare” (“Lungo la rena” in Dell’azzurro ed altro).

Vale inoltre la pena di sottolineare il carattere squisitamente veneto, stagionale, emozionale, culturale, cosmico, timbrico delle dimensioni liriche del discorso di Maria Luisa, che alterna riprese maturate nella contemplazione di paesaggi, della campagna veneta, rivi, colline scenari storici in conformità ad un archetipo zanelliano e di ricuperi di impronta fogazzariana e piovenesca, a percezioni di stupore, ad aperture di amore, ad abbandoni contemplativi che attenuano e sfumano il peso, lo spessore, il volume, il respiro delle ricordanze e delle vibrazioni espressive delle parole, e aprono a una levità metaforica di trasalimenti e di brividi di improvvise e inattese autorivelazioni e analogie che segnano il limite il distacco del sentimento del tempo e delle cose.

Gli esiti di questa intensa elaborazione di esperienze letture e presenze di colore, di studio, letterarie e filosofiche e delle sottigliezze emotive e di una educazione sentimentale ai valori formali, si traducono in una fioritura di simboli che si adeguano all’intensità materica e alla percettività fisiologica e intellettuale, alla irrazionalità dei moti dell’esistere e alle asperità e resistenze di un retroterra culturale che ha radici antiche e si discopre intriso della sonorità cromatica dell’impressionismo e degli spazi e degli strazi delle esperienze espressionistiche innovatrici, presenti nelle arti figurative, nella musica e nella letteratura del ‘900.

L’accensione dei registri lirico-melodico figurativi nella poetica di Maria Luisa illumina l’onda di canto, i ricuperi, le sinfonie di sensazioni cadute, i ripensamenti, gli indugi, le correzioni, i ripiegamenti interiori, le tensioni, le visioni e gli scenari delle stagioni del cuore, gesti, segnali, echi, guizzi di cielo e sinestesie rimaste nell’ombra, consuetudini e aneliti religiosi, presagi chiaroscurali, assenze e volontà di ripresa e ricerca di appigli protettivi e luoghi rifugio tra il reale e il fiabesco “O euganea dolcezza | di clivi e cieli | di angeli miniati | nunzianti Vita | a umili madonne | oranti in antiche nicchie. | Momento d’anima | lungo il sentiero” (Per colli e cieli insieme mia euganea terra).

In una prospettiva unitaria più viva e affettuosa la poetessa riesce a cogliere l’immagine di se stessa e delle proprie risorse e ad avvertire e riscrivere le proiezioni del suo essere, a ridare loro senso e timbricità inventiva, a correggerne direzione rotta, a riplasmare la materia prima, la creta del pensare, a ritrovare le connessioni di fisicità e morbidezza sognante, a imperlare “ogni tua alba | in parole e gesti puri | nel mio mattino | aperto a vicini profili tersi. | …a sorgive d’armonia | ,donde emanano “forza | accesa dei primordi, | anima di un dio | che ora là riposa. | …in un silenzio di stupore. | …che regge tutto il peso dell’esistere”. Così si rinvigoriscono, di forza creativa, gli scampoli impressionistici dei paesaggi della Liguria e della Sicilia, le stradine delle Cinque Terre.

Gli eventi esterni, gli accadimenti intimi spogliati della “species” occasionale empirica, delle scorie della contingenza restringono la loro “fusis” originaria e distillano i loro intrinsici significati emblematici o li dilatano o li assottigliano fino a trasfigurarli in falde tenui trasparenti, vibratili di lievi fremiti di essenze, di luccichii di verità assorte che solo il poeta conosce. E intorno il cosmo trema in unità e simbiosi di “canto muto d’anime | alla ieratica scrittura | sull’altare della sera | ove un Disegno | a noi si svela | in graffiti di luce”.(Per colli e cieli insieme mia euganea terra) Penso ai focolari dell’infanzia alle braci ultime languenti, socchiuse in camicia-velo di cenere rosea staccata dal nucleo nudo, cilindrico, verme rovente, quasi parola,  stigma che arde incide e canta.

Il movimento interiore è così puro e spontaneo che traduce, in pacate trasparenti sonorizzazioni luminose certamente non cercate, non attese, salienti dal gorgo invisibile, dell’inespresso, diamante dentro polvere di carbonio esistenziale. La musica che immane nelle liriche non è salterio di prosodia e metrica.

Nei versi vibrano corrispondenze abdite, rimandi improvvisi e accenti di un codice che illumina di sbrinature allusive, cadenze, significati, note di fondo del fraseggio, notizie di vita, di simbiosi di natura e cultura lungo il tempo che si fa pallido e muto, presenze consonanti di rime interne al discorso che si cercano e ammiccano a cenni salienti da strade, da prode, da un assedio di alberi e case che si raccordano in flussi di entusiasmo e intensità necessitante.

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