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Intervento in occasione della presentazione al
"Caffè storico letterario Le Giubbe Rosse"
Firenze, 25 ottobre 2005

In questo ciclo di incontri e riscontri di Pianeta Poesia qui alle Giubbe Rosse, vengono oggi a farci visita questi Flashes di Lamberto Valfonda, còlti dall’ossimorico, colto, sensibile obbiettivo di una sorgiva maturità. Flashes, è infatti il titolo della poetica ‘opera prima’ di Valfonda, recentemente edita da Florence Art nella collana I libri di Pan.

Quasi in diretta voglio ora, con questa breve introduzione parteciparvi, non solo emotiva-mente, le mie impressive riflessioni in merito a questo libro, che subito mi ha attratto e accolto dentro la sua sospensiva sorpresa, che levigando lievita il disincanto nella incantata dis-misura di una fuggitiva visività: sempre tesa, sottesa e sorvegliata dall‘attenzione della sua poetica.

Questa fuga nella visione, mai visionaria, trova infatti dichiarata conferma nella “visione fuggitiva” dell’omonima poesia, dove il “rien du tout” di “onmia munda mundis” (sempre dal titolo di altre poesie) si concede in-trattenuto nell’attimo | atomo | flash del passaggio | paesaggio in transito nel finestrino di un treno, in corsa insieme al “tempo irrevocabile” dove “vile | gioca il destino | le nostre vite | con l’asso nella manica”. Le molteplici, deluse attese della mente, “nullo, | groviglio d’essere”, “chiara prigione | di vuoti enigmi”, “cercante l’innocenza”, in ogni genetico calvario, si s-dipanano in “multànimi”, opache trasparenze in ognuna di quelle apparizioni | stazioni nel “grido dell’anima prigioniera” che, senza cercare, può sognare il sogno della “libertà di non sperare”: e in quel sogno trovare, senza aver bisogno di sperare, quel che non ha cercato.

In tutto il libro la materia del vivere, vana-mente aggressiva nella perdente coazione all’evasione dal carcere della sua improcrastinabile misura “nell’immortale fluire | di nascita e morte | assassinati dal tempo”, è restituita alla detesa, ondivaga, primigenia integrità del “dormiveglia”: alla fase oniroide della coscienza, direbbe a questo punto il Lamberto Meini medico, trasmigrato nel Lamberto Valfonda non per eteronimica, pessoana, costrittiva de-costruzione, ma per pseudonimia di ri-nominazione | liberazione in una medesima, ma più intima, riposta, quindi integra, poetica identità.

E’ nel fluttuante amnios di quella oniroide fase coscienziale, moto ondoso dai set di memoria delle neocorticali aree multisensoriali in libera sintesi nella culla dell’andirivieni, che le tese, affrante ansie di “anima e sensi | viscere e cielo”, già edenicamente splendenti nel “big bang dell’amore”, e poi “fisiologicamente truffate” e deprivate nella vacua compulsione esistenziale, si in-definiscono

de-fuocandosi come l’immagine sulla copertina del libro (riproduzione di una tela del pittore Tedeschi, dal titolo “Nebbia”, che si trova in casa di Valfonda e che lui stesso ha fotografato , diciamo ‘ad hoc’). Ecco allora che gli stimoli | contorni | perimetri di quelle pensanti | pesanti ansie in attesa di definite,solide risposte, addolciscono smussando i materici, pungidi vertici ed angoli nelle impalpabili, dis-morfiche, dilatate, tremule anse di quella nebbia: “crepuscolo d’alba”, ove il “cielo negato” si nasconde ammantandosi per entrare a invischiare, confortare e, complice-mente, compensare l’annientante vuotezza del pensare, nella déprise della sua “tenace spietatezza”, liberata e andante nella dissociazione che associa la cogenza spazio-temporale alla morbida quietudine del sogno. Là, senza tracce né margini né lampade di Diogene, senza certezze e senza esitazioni, in detesa dimensione fluttua, dissolto da ogni peccato di vincolo (colpe, frustrazioni, perdite, erosioni, maledizioni ed esumazioni) il libero segno del sentire: quel segno che, en reverie, appunto, con-muove, ed accogliendo si raccoglie nel suo adveniente divenire.

E’ allora in quell’’avenir de reverie’, per dirla con Bachelard, “sonno dello spirito inquieto | che veglia il senso dell’essere”, “la metempsicosi” che ritorna a germinare, senza l’ingombro della memoria, “l’ingerminabile seme” della felicità, perduta fra le “pagine degli inganni” nel casuale, balbettante, proditorio lessico dei giorni. Come la “meteora” della giovinezza che “già attende | le foglie della nuova primavera”, fra “tristezza” di “parole logore”, “polvere opaca” di “stelle cadenti”, illusioni e delusioni,solitudini e consuetudini, attese e pretese, rancori e ardori, nel “rien du tout” simbiotica-mente perdurante nella biologia di ogni provvisorio percorso vitale, è dunque quella nebbia che, indugiando, resiste e concede impalpabili, albicanti, divaganti fantasticherie per trasformare “l’orbita chiusa” di quel “rien du tout” – “futuro | ormai passato | atteso invano” – in “favola del ricordo”. Solo nell’osare del sogno, allora, il sole è un “coro tiepido | di musica di vita” nel “cielo che addolca”, tremula in “crepuscoli d’alba”, la definita, spietata finitudine dell’inquieta materia del mondo: mondo “immemore di mèta”, “cerchio breve di luce | nell’infinito d’ombra “, che, in quella sospensiva, onirica, liberata dimensione, può ogni volta rinascere come primigenia, purificata, riconsacrata “reliquia”.

Recensione
Flashes
poesia 
Autori
Lamberto Valfonda
Edizione:
Florence Art Edizioni
Firenze 2005

pp. 84

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Literary nr.2/2009
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