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Rime di pietra suntuosamente forgiata e intrecciata, attraversata e scolpita, levigata e scavata, diluviante e dilavata, defraudata e appassita, scoscesa e trasfigurata nell’incessante, incandescente lavorìo delle orme “transitanti l’oscuro” della vita (impresso e disperso nella vanificante deflagrazione del “nulla”, sollevato dalla polvere dei suoi stessi calzari), queste ultime ellittiche, magmatiche, alchemiche rime di Giuseppina Luongo Bartolini “prendono il largo pescatrici di frodo” dentro l’”inquieto oscuro | moto fluido della materia informe” “in campo e gogna di riviere combattute”, per considerare, cioè contemplare, desiderati e contemperati nel “cheto”ascolto del cuore –braccati come “dagli uccelli la semina”, e “trascinati | nel circondario dei riti della morte | e i cicli arcuati delle germinazioni” – sempre occulti “l’invito e la promessa” di fingersi “in rinascenza chiamati” dall’”innominato assente”, sciogliendo “i laccioli” di quei calzari “ per correre infine ad aprire “le falde del mantello in accoglienza d’amore” nel “verde in consumabile” dell’”estrema con colore sinfonia”. Nel cesellato, martellato, bulinico ‘affondo’ di questi versi insinuanti ed intriganti di serrata, spasmodica sublimità, l’amore é dunque il “cavaliere del bosco fatato nell’ombra” e l’“impervio maestro d’arte e di rima” che scherma con “lo sguardo del fulgore” la sacrale tragedia della commedia, tutta e solo umana, ri-percorsa e ri-condotta nei suoi “binari inconsueti”dalle parole della poesia (parole “spie percorse dalla luce | in proiezione di rapidi passaggi”) allegoricamente, metaforicamente, emblematicamente dicenti nella fossile grazia di una de-sacrata de-nunciazione, per dire, senza tradire, la “muta divinità dell’origine”. Fra sorveglianze e comparazioni, memorazioni ed esumazioni, corrispondenze ed apparizioni, consumazioni e trasformazioni –“trame di minutaglie” nel carnale ossario della condominiale“casa dell’esistenza”– la Luongo Bartolini ci attrae, introduce e conduce, iniziandoci con “l’armatura prudente” della sua trobadorica poesia (“durlindana brigliadoro che scalpita” fra “il tempo delle passioni” “lampeggianti nel fumo delle nuvole” fra i “falchi della notte”) alla comune danza imbiancata a calce viva nelle malebolge in cui cedono e cadono “tutte le povere cose” sospese e spese in ogni singola cantica vitale, irreparabilmente in discesa verso “l’architettura del fondale”, “oltre la foce del nascere e il porto | del morire, là nel “dove che sempre destituisce”, per restituire ogni legame e ogni pretesa protesa a permanere, nella convergente dissolvenza che omnia et omnes discarna, assolve e risolve in un “firmamento di lucerne palpitanti”.

Affilata, dissanguata, dissacrata, questa tesa e “tersa meraviglia” d’una vita “minima di corpo”, che sfronda “le tese corde del | disinganno” spasmodicamente raccolta intorno al “puntuale ritorno della | promessa mantenuta e la temuta partenza”, si raccoglie e rapprende tutta nell’esortante eco della sua “conquista estrema e delirio” di uno strenuo pellegrinaggio di parole come arduo, stremato “stendardo | di un canto frantumato” che rende l’orrore del “senza inizio e senza fine” – destituito dalle consolatorie certezze d’ogni chiesa – alla feroce, in-sostenibile “ipotesi del nulla”: ultimo ripiego d’illeggibile accoglienza alla flottante isola del mondo smagato e disincagliato, ed estrema ‘ratio in fide’ nella liberazione dal “duro spessore” in cui ogni ‘sé’ nasce, cresce, vive per svanire insieme alla ferina menzogna della “favola | bella” che illude e delude ogni aspirazione e volontà di possedere, a partire dall’impraticabile possesso di quel sé medesimo (“volo blindato di ali recise”). Discomparso dunque il materico“gioco di vertebre e sangue” nell’in-organicità di confusi elementi, sconfinanti nel “momento/eternità” – “punto sconosciuto” ove “il respiro si richiude nel petto | fuori dalla burrasca”, da cui sono banditi“pensieri ed argomenti” – la Luongo Bartolini scioglie dall’artata “montatura del viaggio o cammino” “la rotta disgregata” di quel gioco deragliato e pietrificato sul “binario sorvolato” costantemente “a fronte della notte”, fermandosi per raccogliere e riproporre la polvere dei suoi consunti calzari “nell’ampolla del cuore”, misura e idolo “di correnti e di tempeste” scatenate, con-tenute e con-poste con le “lettere ignote” del “planetario illeggibile mistero” lucrezianamente specchiato nelle impronte della natura, che sottrae all’”orrido delirio | del progresso “il fiume l’albero l’erba e il transito del sole e le stelle mansuete”: insomma, tutta la ordinata globalità di un remoto mondo/tempio, di-verso e opposto all’anfanante sussultare dell’attuale tempo | scempio, divaricato e prevaricato, spianato, sfagliato, violentato, scippato, accecato e convogliato nel caotico “orrore ingolato” nella ungulata, mercantile e mercificante globalizzazione; un mondo arcanamente edenico nella nostalgia dell’”asilo perduto” di un “eterno ieri” lontanante di pinete e campi, con “i piccoli animali buoni amici” – dai passeri alle “bisce procellose” – nella frescura di erbosi declivi fruscianti nelle ricordanze di vaghe, adolescenti sere crocchianti ancora “nei gusci vuoti delle noci noccioli di ciliegie disseccati”; un mondo annudato e mondato come “un’arpa priva di corde rifilate”, appoggiata “sulle ginocchia di un bambino” per suonare “l’estroverso ritmo” dei suoi colori di “gualcita pergamena” segnata, tesa, fatta e disfatta sempre – come la tela di Penelope – dalla emarginata materia dei sogni, a custodire “un filo di | luce intatta e chiara per l’ultimo giro di boa” perseverando in quell’”inestricabile nodo di corsia” che coniuga e libera “il quando e il dove” dell’hic et nunc di ogni attimo nell’intarsio | aggancio del kerigmatico mistero | destino, “nodo per nodo” interconnesso al battito lento, obliquo di ogni vita. Sublime vita | vela piegata, e piagata, dalla devianza delle sue “stesse | manovre in previsione dell’incrocio | agognato”, ma ondivago nell’altalena delle maree, e sfuggente più in là, sempre più in là, in quell’oltre-non-luogo che destituisce, discarna e discioglie la delusiva, “temeraria dottrina” tutta umana, geneticamente coatta a navigare – ma non ad orientare, comandare e reggere – la traversata dell’imperfondibile e insondabile oceano dell’esistere, esplosivamente imploso nella prevaricante divaricazione dell’attualità quotidiana, espatriata anche dal residuo “fingimento vitale” nel proditorio ‘calar del sole’ su ogni ‘sabato del villaggio’: tradito, conformato e spento, quel ‘sabato’ e quel ‘villaggio’, nel “carnaio squartato dalle bombe” ove “marcisce | l’uovo e la radice e la foglia e disfa | il fiore aurorale il disegno dei petali”. In tanto ammutolito martirio anche la pietà delle parole, mutilata, sembra allora aver fatto il suo tempo; per questo –wittgensteinianamente – alla sostantiva verticalità della “polvere dei calzari” di Luongo Bartolini non si addice il peraltro inevitabile orpello | fardello della c.d.critica aggettivazione: essa con-verge verso “l’ultima delle domande, quella che chiede | e che scompare” rovesciando nel risucchio del “casellario onnivoro del globo” “il turbinio” delle possibili risposte, impossibili, ma con-possibili sempre nell’”assolo” dell’amore che si volge indietro nella “luce | trasversale degli anni”per riprenderci e sostentarci nel “protrarre nella | stretta del braccio la vicinanza carnale”mentre andiamo “senza ritorno” verso “il dove” “e l’infinito quando dell’altrove” che quell’Amore E’.

Fu detto: ‘quia pulvis es et in polvere reverteris’: Ebbene, in questa opera di poietica poesia di-armata, dis-ancorata, trasparente e transeunte, traumatica e ‘taumaticamente’ de-marginata di vorace, delibata vuotezza, che “rimonta il luogo della notte | al traino adunco del buio” scavando e segnando, attorcendo e svolgendo, scuotendo e scandendo, la Luongo Bartolini ‘ri-con-verte’ a quel ‘niente pieno di senso’ del “senso in assoluto oltre” il “martellante ritmo del dolore nel cedimento dell’amore | nella faglia intagliata del pianeta”, accompagnandone l’accarnata materia attraverso i gironi inteschiati dalla feroce orfanezza dell’”irrecuperabile sogno” edenico smarrito, fino alla frenetica, guerriera, implacata sua dissoluzione nella qoéletica fumea sollevata dalla fuggitiva impronta dei suoi stessi tragici – non magici – calzari: “sconsacrati vanificati spenti” gusci d’ombra in bilico sull’”orlo della voragine oscura”, che scorcia infine “il colpo | micidiale che atterra e sconfina” in-definitivamente.

Eppure, un aggettivo, uno solo vorrei invocare, un aggettivo allegoricamente mondato d’ogni effigiata vestigia di maiuscole e di punteggiatura dall’afono soffiare del vento, in corsa come questi calzari | versi, un aggettivo “oltre” le “ferraglie lucenti” di ogni commento | consenso più o meno critico per questo testimoniato e testimoniale “lascito di via” di Luongo Bartolini, consustanziale al suo disperato, disperante rastremar d’anima; un aggettivo | sostantivo al di là del più del più (quel Più’ ormai raro da invenire fra i poetici scaffali, obesi dal ‘di più del meno’ nutricato dalle schiere degli iperemotivi seguaci della consolatoria scintilla dell’attimo, che irrompe e s’affioca subito, affogando nel parto distocico dei c.d. versi), un sostantivo | aggettivo tutt’uno, questo: ‘senziente offertorio’, essenziale, raro dono di grazia ossimorica in sintetica opulenza che, senza mai abbreviare, magistralmente esalta e verticalmente esala per attraversare, raccogliere, testimoniare, contemplare e con-serbare tramando l’ordito della carne in “parola d’oltranza” cosmicamente fraterna, in cui “un | solo uomo è l’uguale | scenografia del mondo in ogni | attore o foglia o granello di | sabbia”. Grande poesia, solennemente emblematica e tragicamente allegorica ed allusiva, matematicamente sinfonica, epicamente sintonica e polverosamente rupestre nella gremita fissità del perdurante supplizio della sua suspicione; suspicione che contendendo al “nero della lavagna” esistenziale ogni suo notturno giorno, dantescamente si illumina “fuori campo” nell’apparizione del cielo stellato dall’amore, che “mette radici e frondeggia” là dove il cuore è “libero recinto” della “vita come felicità mondo come giardino”, albicando nell’azzurro degli occhi di chi – molto amato – resiste a vivere di e per quell’amore, posato, sposato, riposato su quell’iniziatico simbolo stretto all’anulare, ed aperto sul collo nella “catenina col Cristo crocifisso”. Ecco allora che il leopardiano “addio del dono” della speranza, in cui, avaro, “stacca la spina il futuro” amaro di domande, si volge al “perché” di quell’azzurro invito a guardare proprio là, alla sinistra del costato, là dove continua a battere quella speranza | promessa di fede, impietosamente abbrunata ed angosciosamente assediata dalla folta siepe della sublime solitudine leopardiana: solitudine ‘che ‘l guardo esclude’, ma concede “l’agguato del cuore”, là dove “il dubbio dell’esserci stati una volta – voraginante nel ‘per sempre mai più’– può risorgere nel ‘di più’ della promessa, sospesa ‘da sempre’ nell’indulgente e veggente indugiare dell’amore, a diradare gli scheletriti nodi della siepe indietreggiando verso un muto e mutuo “altrove”, in cui quel ‘guardo’ è infine accolto senza dolore nella luce del sacrale mistero che scioglie “il vano errare” /errore/orrore umano d’ogni vita, disgregato nell’effusiva luce d’infiniti deserti compatti di stelle. Serenante e germinante plana allora sulla spaurita congrega umana, la poietica sublimità di questo sidereus nuncius della Luongo Bartolini, per placare e riscattare col “liquido unguento” della sua maiuscola poesia il viscerale disincanto del “non identificabile ingranaggio mirabile e destino” del mondo, “vortice d’alternanza fittizia” capace di fronteggiare, e saccheggiando annullare, l’inane sperdimento di tanta immane, acuminata vuotezza con la solida solidarietà delle mani intrecciate, per ricostituire e riscattare l’ “identità bipartita”, scissa, sperduta nel violento travaglio delle innumeri tempeste d’ogni navigazione vitale, nella “prospettiva del molo”: là dove l’interdetta, “segreta | ricchezza dell’esistenza giurata fino all’estremo casello”, con-fluisce nella “tersa meraviglia | svaporata” in cui vorticando soffia la polvere dei calzari d’ogni frenetico, caotico, coatto passaggio su questa “terra di passo”, ri-compensato nell’ “ordine | della quadratura del cerchio nell’inizio nel fine” senza fine.

Firenze, novembre 2006

Recensione
La polvere dei calzari
poesia 
Autori
Giuseppina Luongo Bartolini
Edizione:
Campanotto Editore
Pasian di Prato 2005

Prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti - pp. 320
prezzo: € 15,00

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Literary nr.6/2008
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