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Con l’ a-sequenziale
contaminazione distributiva dei vari testi tratti dalle 6 sillogi pubblicate dal
2000 al 2006 (La voce, La strada di Camparca, Semi d’amore, Parole sepolte,
Vivere il sogno, Oltre mare) Galeotti compone in questa mirata selezione
antologica una evolutiva ri-organizzazione del suo pensiero poetante, condotto,
tra “orizzonti e approdi” di contrastive mutazioni confluenti in consenzienti
progetti esistenziali/culturali, alla decantata univocità ri-creativa di un
‘oltre canto alla vita’ “dov’è sublime l’essere”. Nel metastorico divenire di
uno stesso spartito orchestrato nella incompiuta novità di 11 specchi d’anima,
gli 11 movimenti dell’antologia accolgono la mitologia onirica di tutti quei
trascorsi ‘microcosmi vitali’ da Galeotti affettivamente partecipata e
intimamente corrisposta, dissepolta e ricomposta con pudico ardore e
fiducioso ardire, ne “la parola e le sue tracce”, dove le “immagini sbiadite
dell’altro tempo”’ -il tempo fanciullino della vita- riflettono e dettano
altrettante ‘epigrafi per la parola’: epifaniche epigrafi, dove le voci della
vicenda esistenziale del poeta si incontrano migrando mut(u)ate in ‘altre voci
altri luoghi’ sfaccettati nel “prisma dell’amore” che illumina la “via crucis”
del suo sofferto ritorno all’ infantile attesa di quell’ ondivago “progetto di
felicità” che, disilluso e tradito nelle condizioni e coazioni sovraimposte dal
sopravvenire dell’ età adulta, insiste e persiste fluendo mobile e libero
“negli spazi infiniti” del sogno, anarchico custode de “gli arcani/segreti
dell’anima”. “Nomade” “in fuga” dal tempo incardinato nella storia della
memoria, nel precario equilibrio di tutte le fratture della sua indifesa
maturità, Galeotti distilla e depone in questo antologico canzoniere il suo
poematico “viaggio incompiuto” nel costante desiderio di tra-scorrere nel tempo
fugace e predace de “l’ umana avventura” esistenziale (“un pugno d’argilla” in
attesa di sciogliersi “nel cuore dell’universo”) avanzando “con passo lieve” ‘a
rebours’ verso l’ “isola perduta” dell’infanzia della vita. Ed è quella “prima
vita” ‘col sole nel viso’, protesa ad infinite speranze e indefinite mete,
che il poeta confuso e deluso salva dal naufragio nell’attualità del ‘tempo
sciupato’ fra i ‘libri e fogli bianchi’ delle ‘pagine chiuse dell’altra età,’
sfogliate e vegliate tra i quotidiani ‘veli di nebbia’ da cui affettivamente
riemerge la figura dell’amato padre: la paziente figura, che sbiadita nel
“tempo del ricordo” e intatta in quello del rimpianto, aspetta fiduciosa il suo
ritorno all’ ‘erta via’ di camparca, certo rifugio di carezze e certezze di
quella remota ‘età più bella’ che “indietro”clo attrae, ma “invano” lo
aspetta, premendo “nel cuore,/nella mente”, tra i “mille pensieri confusi” e
sommersi nell’ “onda cupa” di un presente svuota di stupore, timore,
attenzione, pietà.
Opera liricamente sommessa di
“intimità sommerse”, permeata di rovente tensione etica, senza appannamenti
qualitativi né concedimenti ad un intimismo di facile effetto e maniera, “oltre
canto” trascorre di poesia in paesìa, in multiformi epifanie organicamente
compatte e fluidamente mutevoli come un film girato alla moviola “dove frugare
è gioco/innocuo/di immagini segrete” suggerite con il pudico ardore di un
testimoniale messaggio sofferto e offerto con la salvifica regìa del sogno:
“isola fantasma” “distesa di pace irreale” nel mare dell’ “umana nequizia” della
traversata vitale gravata dall’angosciante attesa dell’ineluttabile fine;
“chimera” che a-solve e ri-solve la caducità del tempo d’ogni storia e memoria,
nell’amniotica trascorrenza dove “vive la speranza” di “catturare le voci della
terra”, “oltre le nuvole” “leggere come piume in libertà”.
Fluidamente ritornano ‘en plein
air’ in questo metastorico viaggio auto-antologico, dettato e corrisposto dal e
nel tempo abbracciato e liberato dal/nel sentire della mente, tutte le
emblematiche salienze psicoaffettive della poesia galeottiana: e in primis la
premente dolcezza e la ribelle mitezza evocativa, qui organicamente evidenziate
e alleate a cercare la concorde intimità fra il viaggio e il tempo - i
bipolari nuclei fondativi della sua poetica- riscattati all’unisono nella
commotiva volontà di comprendere, testimoniare e risolvere il ritmico mistero di
quel tempo in sosta provvisoria nel viaggio d’ogni vita, riparato e sospeso
nell’amniotico grembo del sogno che conserva e scava là “dove la ragione non
penetra”, riesumando e salvando in intermittenti “spiragli di luce” “la memoria
del tempo passato” nel “tepore dei perduti affetti” delle “persone care”.
Attraverso l’intenta attenzione
al variegato offertorio dei minuti gesti senza fatti e fatti senza gesta delle
piccole cose, le cose semplici e dimesse della ordinaria quotidianità già del
temario pascoliano -e penniano- le rituali abitudini e consuetudini dell’A.
scivolano, insieme ai giorni diversamente uguali, nella epifanica decantazione
d’una fremente, urente concordia discors che, ad occhi socchiusi per
intrattenere solo la verità invisibile agli occhi, ne esterna ed eterna
l’incanto nella sintonica salvezza dell’ “oltre canto” sospeso “senz’ali”
all’attesa della rinascita dell’alba dai fuochi fatui di ogni tramonto per
“sopravvivere nell’oblio” e “vivere il sogno” di una duttile, fluida eternità
naufraga nel suo “fragile corpo” di “uomo paziente” e schivo, laicamente devoto
alla creaturale sacertà del (già bruniano) ‘infinito universo et mondi’: un uomo
che, nella “vergogna d’esser sazio” “dentro il buio” di un impari mondo, obeso
di superba, indifferente onnipotenza, “incredulo scopre l’infinito” proprio
quando vieppiù -come scrive Fortini- ‘le torce stridono e “acillano i lumi’- con
l’ “occhio grande” della poesia che “a luci spente” legge “le sillabe non dette”
per cantare “più forte” l’intimo, imperscrutabile “segreto” della
consustanziale intimità cosmica nell’avvicendamento di quieti ambienti di
provincia, frenetiche strade metropolitane, detesi panorami fluviali e illimiti
orizzonti marini, treni e stazioni, sentieri e pensieri, fra persistenti
sfuggenze e struggenti ricordanze, sempre ansiosamente tramate di fervida
passione civile e drammatico disagio morale.
Coltissimo lettore e letterato,
nella lineare complessità del suo coerente percorso d’arte e vita Galeotti
privilegia fermamente una serenante volontà di comprensione e comunicazione:
abiura infatti ogni cosmetico artificio retorico per non inquinare “il cuore
semplice” che complice batte circolando nella linfa versale, non sale con
l’aureola del poeta vate sulla cattedra di un diffuso ‘neosublime’ d’accatto e
di maniera, così come si tiene lontano dall’agguato del pur diffuso
‘intimismo’ solipsistico e dalle sue ambigue suggestioni e compromissioni per
guadagnare facili -ma sterili-consensi. Come i luoghi ordinari della consueta
quotidianità post-crepuscolare del suo giacimento poetante, anche il suo
accorato sdegno per le reiterate ingiustizie e nequizie inflitte dal nostro
caino occidentalismo ai nostri fratelli d’ “oltre mare” e confine cui sono
dedicate molte delle poesie comprese nell’antologia (da “mano tesa” a “l’angelo
nero”, “tre cristi”, “la barca clandestina”, “deriva”, “naufragio”, “terra
amara”, “il misfatto”, “la corona degli esclusi”) non ha mai la retorica
suggestione dell’ ‘impromptu’ di fugace effetto commotivo, ma è vera e propria
sofferta rappresentazione e laica riconsacrazione della vilipesa carità della
condivisione: una solida, responsabile condivisione emergente alla luce dei
versi dalla verità creaturale dissepolta dalla parola poetica, che “ad occhi
bassi” e intraprendente cuore, nel venir meno delle ragioni del sentire
ammutolisce attonita, esiliata e ripudiata in balìa della diffusa mancanza di
consenso al divenire della civiltà dell’uomo, recluso “a luci spente” e braccia
conserte in adorazione di sempre nuovi, seducenti e luccicanti idoli senza dei.
Cosi, a mezza voce, nell’ “ombra
fedele” d’una tiepida ma intrepida solarità, Galeotti contempla, denuncia,
decanta e contempera con il fluido acquerello versale delle sue epigrafiche
epifanie poetiche, la solida(le) co-essenza delle diverse parvenze esistenziali
galleggianti “come barche vuote all’infinito” nel mare tempestoso di questo
nostro ‘atomo opaco del male’, librando e liberando in volo “oltre le nuvole”,
nei misericordiosi “lidi del sogno”, l’angoscioso segreto del “perché” della
morte, “ambigua compagna” che indissolubilmente mesce e cresce e a sua volta
rinasce dal viaggio reciso d’ ogni vita, condizionata dall’ attesa della sua
“notte più lunga”.
Erede e mentore dell’ orme
impresse dall’ amato padre sulla “strada di Camparca” con quieta fierezza e
dolce fermezza, Galeotti avanza verso dopo verso sullo “stesso sentiero”
paterno, avanzando con struggente rimpianto verso la perduta magia
dell’infanzia della vita, come allora allungando il passo per raggiungere la
mèta prima di quella irrinunciabile notte ormai vicina: “placido nulla” a nuova
alba risorto dai “semi” della costante “presenza” di quel paterno amore,
coltivati nei segni di tutto quello che, destinato a morire continua a
convivere nelle “mute stanze” del sogno che offre all’ opera delle parole il
mutuo specchio nelle parole poetiche. Dissepolte e levigate quelle parole
svelano “quel che di vero” “‘si nasconde” nella loro debole eternità, eppur sono
(luzianamente) necessarie per continuare, mutando nelle ‘mute stanze’ di ogni
opera, a cercare mutuando quel vero nascosto “più in alto” “con altri occhi”:
gli occhi sempre nuovi, presenti e vivi di “quel sogno grande/ch’era”, è, e
sarà- la poesia.
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Recensione |
| Oltre canto |
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poesia
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| Autori |
| • | Menotti Galeotti |
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Edizione:
Heliodor Edizioni
Arezzo 2007 |
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| Nota critica di Mario Luti - pp. 334 |
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| Recensione a cura di |
| • | Anna Maria Guidi |
Pubblicata su: Literary nr.1/2010 |
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