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“Il desiderio di giocare con le parole, di interrogarle, di affidare ad esse speranze e illusioni non nasce per l’autore improvvisamente, anche se soltanto nelle ore di quiete della pensione diventa un lavoro di scavo e di introspezione. Perché scrivere, perché giocare con le parole? Attraverso esse misura le sue possibilità, valuta i legami con i poeti che ha letto ed amato. La parola, ogni parola, come ci ha splendidamente ricordato D’Annunzio, è magica e insostituibile, rompe la routine e la banalità dell’esistenza e ci consegna all’eterno. Quindi il gioco, all’inizio leggero e svagato, con le parole diventa a poco a poco essenziale e testimonia una vocazione poetica non improvvisata, bensì nata da una lunga e feconda metabolizzazione da letture e studi condotti nell’intero arco della vita.

La prima sezione “Parole” apre per l’appunto con la lirica “Amo le parole”, in cui Mosi corteggia, esalta le parole che “rotolano per terra”, “che vagano nella mente”, le parole che sono maschere e realtà. I versi, assecondando la leggerezza e la libertà interiore del poeta, corrono veloci, pieni di ritmo e di gioia. Nella lirica “Il rito” ci viene confermata questa disposizione del poeta a mettersi in sintonia con il mondo segreto dei sogni, tralasciando finalmente le noiose cure quotidiane. Scrivere è un rito, il foglio bianco attende il miracolo della parola che spezza il nulla. E nella mente “danzano frammenti di sogni”, frammenti di memoria, frammenti di emozioni: sì, è vero, la poesia moderna è consapevole di poter cogliere solo brandelli di realtà, frammenti di vita rubati al caos che ci circonda; la poesia moderna, come avevano ben capito Rimbaud e Mallarmè, è pura intuizione, lirica pura senza residui razionalistici. Folgorazione, illuminazione improvvisa che rompe ad un tratto il buio. Tutta la lirica “Il rito”, in effetti, dopo la lettura, ci lascia una piacevole sensazione di luminosità: dalle “coltri di nebbia” escono luci riflesse, un mosaico di luci riflesse che si compongono e si scompongono. Intravediamo le due anime del poeta, due diverse e complementari visioni dell’esistenza: da una parte la solitudine, necessaria ad arricchire il dialogo interno, compagna fedele di un mondo intimo, incomunicabile, angolo e rifugio, dall’altra la necessità del rapporto con gli altri, la gioia di semplici serate passate con gli amici, con un bicchiere e con il suono festoso della chitarra. Tante voci si rincorrono e rimbalzano nelle liriche di Mosi, un amico ormai nell’ombra, il teatro con le sue maschere e i personaggi, amati dal poeta, Tosca, Butterfly, Carmen, “una ragazza dai capelli ricci”, il colloquio con i morti e finalmente Marta, la nipotina che diventa il tempo, “il nostro tempo”, alludendo evidentemente alla gioia condivisa da tutta la famiglia.

La seconda sezione, molto bella, si intitola “Paesaggi”. Nei componimenti sono evocati luoghi legati a viaggi, impressioni, stati d’animo che hanno lasciato nel cuore qualcosa di unico e magico: rivediamo Saint Moritz con le fresche acque dell’Inn, la presenza delle città e delle colline della sua Toscana, i vagabondaggi in bicicletta, l’isola d’Elba carica di ricordi napoleonici, i treni che vagano nella notte e poi paesaggi lontani come Marsa Alam, suggestivo tema, dove sorge il sole dal mare nelle vesti del dio Ra. Odori e sogni suoni e nenie d’oriente si confondono con i profumi di San Gimignano, di Siena, di Monteriggioni, ma su tutto domina Forte dei Marmi. Ed il poeta evoca la terra che va da “Porto Venere a San Vincenzo”, che lo abbraccia come una donna calda di lussuria. Accanto ai luoghi della memoria non mancano luoghi densi di reminiscenza letterarie, come avviene nella lirica “Val d’Inferno, Dino e Sibilla”: in quelle case sperdute nel verde, Casetta di Tiara, si fermarono Sibilla Aleramo e il poeta Dino Campana all’inizio di “un viaggio chiamato amore”. Mosi è un viaggiatore attento, un camminatore appassionato e noi seguendolo nel suo vagabondare, dividiamo le sue emozioni.

Con “Esercizi”, l’ultima parte, Mosi sembra voler ritornare ad una poesia più impalpabile, dominata solo da acrobatici sforzi per rendere la parola sempre più leggera e ineffabile. La voce della natura si polverizza in immagini lievi, come, per esempio, nella lirica “Una bianca risata”: “Spuma/ di mille gocce/in un’onda lunga,/luce/ di cento riflessi/ in un raggio disteso …”, i versi diventano brevissimi, allusivi, carichi di misterioso afflato. Significativa e, direi programmatica, l’ultima poesia “Il ritorno di Ulisse”, in cui si profila, anche nel caotico mondo moderno, la presenza di un mito eterno, un Ulisse che “ogni sera ritorna ad Itaca”, ma ormai le sue armi sono un computer e un telefonino sempre in mano. Ma Mosi, lo possiamo dire, ha trovato la sua Itaca, la sua terra promessa: la poesia”.

In occasione della presentazione presso la
Libreria di Santa Maria degli Angeli, Assisi, 26 ottobre 2006

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