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Solitudo, cercando il padre tra i vuoti che ci minacciano

Padre/ Sorgente del mio andare/ Radice dì rigore e vigore/ Pane della riflessione. Questi versi di Annamaria Ciclo si riferiscono al padre cui è dedicato questo nuovo volume di poesie «Solitudo”, Edizioni Osiride che verrà presentato oggi ai Centra Rosmini dalla «Pro Cultura», ore 17.30. Introduce Mario Cossali. Sono versi profondi, scorrevoli e mu­sicali. La protagonista è la so­litudine che è nostra compagna di viaggio nella vita di tutti i gior­ni, a volte si è soli anche in mez­zo a una moltitudine, è un vuo­to che giorno per giorno colmia­mo di affetti, di speranze, ricor­di anche se a volte ci induce al­la disperazione. Annamaria Cielo è nata a Rove­reto, vive a Volano. Poeta, scrit­trice, critica letteraria. Ha pub­blicato libri di poesia quali «Florentes lunci», «Fogli di speran­za e altri, volumi di narrativa vincendo anche nel 2008 il pre­mio «Omaggio a Giosuè Carduc­ci». Esperta in metodica della poesia, insegna nelle scuole sot­to il patrocinio della biblioteca civica di Rovereto. Scrive In ita­liano e francese.

Cielo, perché un libro dedicato al­la solitudine?

«Volevo raccontare la solitudi­ne senza gridare, attingendo al mio inconscio visivo per mette­re a fuoco il compiuto e l'incom­piuto, le dinamiche vitali e i vuoti minacciosi che hanno caratterizzato la mia vita. Ho ripor­tato la solitudine nell'intimità, come fa un fotografo che riesce ad annullare le distanze tra im­magine e percezione aiutando­ci a vedere l'anima delle cose. Tenendo presente che ogni scat­to è un ponte tra la identità e re­lazione».

Perché verri senza titoli?

«Perché il titolo impone una traccia, vuole interpretare e in­vece spezza la consecutio, che qui ha un ruolo essenziale per poter entrare nel e lima respon­sabile della solitudine».

Il vuoto che lei descrìve assomi­glia a quello buddista?

«No. Per me il vuoto ha una sua essenza, un ruolo, una realtà le­gata ai campi dell'esperienza individuale, che non è un puro niente, è una presenza con cui fare i conti: "C'è sempre il mormorio dei vuoti". Il Dalai Lama invece parla dì vacuità, cioè di un qualcosa "senza un'essenza propria", un qualcosa che di­pende solo dalla materia e non differisce da essa, un qualcosa da controllare e di cui non sof­frirne».

Cos'era il padre per lei?

"Il libro è dedicato a mio padre, il quale mi ha insegnato che nel­la solitudine c'è la mente per comprendere la vita. Tutte le poesie centrali sono dedicate a luì, come mi è rimasto impres­so e inglobato nella mia identi­tà. Torno alla magia dell'origi­ne, agli insegnamenti (leggi il «Credo dei Samurai»), ma so­prattutto lo faccio rivivere in un tempo astorico, fermo alle sen­sazioni forti che avevo da bam­bina: "Noi, seduti in un abbrac­cio sulla sponda/ dove l'onda mareggiava in lunule bianche/e la sabbia inebriava con mini­mi zufoli".

Una bella infanzia la sua?

«La magia del rapporto che ho avuto con i miei genitori mi aiu­ta tuttora nelle fatiche della vi­ta. Insieme alla positività però non dimentico gli aspetti inquieti e destabilizzanti che sono successi nella mia vita e hanno in­nescato una sotitudine ribelle. In una poesia parlo di "Ira do­lente e pure sapiente./ Tempo di nuove convergenze". Non c'è stata rassegnazione, ma dolo­re, paura, lotta».

La morte per lei è l’estrema soli­tudine?

“La morte è coscienza trascen­dentale, essenza vera dell'es­sere! ed è importante la sua fun­zione rii guida per scegliere ciò che va verso la vita, ogni gior­no; questo il mio pensièro ra­zionale. Invece davanti alla gra­vita di una malattia mi matura l'idea della finità e la tristezza si fa infinita. La solitudine diven­ta "madre dell'urlo,/ non quel­lo primitivo e indifeso/ dato al­la luce dall'acqua – ma sete/se­te che trascina nella vastità sen­z’aria/ dove tutto un dividersi /assottiglia sempre più /amore e volti cari sulle anse del lascia­re...". È l'ultima solitudine."

Recensione
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