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Nel romanzo è narrata la storia (probabilmente vera) di una famiglia vissuta tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento. Il periodo è specificato nell'incipit del testo: «Quando Aloìde nasceva, era lontana l'era del computer, dei videogiochi, dei treni ad alta velocità, dei missili e di orme umane sul nostro satellite».

Un classico lineare, senza sorprese né imprevisti, che ha una certa affinità con “Piccole donne”, con i romanzi di Grazia Deledda, con la narrativa del filone letterario verista e naturalista. Lo confermano il modo di vivere dei protagonisti, la loro mentalità, i luoghi, gli usi e costumi dell'epoca.

Non sono passati molti anni, eppure, anche se a distanza di nemmeno un secolo, la differenza si nota, è più che evidente. A quei tempi ancora strade bianche e trasporto con carri tirati da muli, in alcuni paesi di montagna; ancora ambiente domestico e modo di vestire e comportarsi improntati alla vita patriarcale; autorità assoluta del “pater familias”, dell' “ipse dixit” sulla moglie e sui figli; libertà limitata per i giovani, pregiudizi.

Il merito dell'autrice è quello di aver descritto, alla perfezione, un periodo di trapasso tra l'antico ed il contemporaneo, una sosta, un intervallo prima del boom, del capovolgimento totale. Il cambiamento è stato radicale e quasi nulla è rimasto di quell'epoca; i gusti non sono più gli stessi e neppure i rapporti umani. Ai giovani di una volta piaceva leggere Manzoni, Hugo, Dumas, Zola, Mann, Verga, Liala; ai giovani di oggi piace leggere Stephen King, i romanzi dell'Horror, seguire un film sul cellulare piuttosto che in una sala cinematografica. Se prima si esagerava nell'autoritarismo, nella severità e nell'austerità, oggi si esagera ne permissivismo, si concede libertà indisciplinata in tutte le istituzioni: nella famiglia, nella scuola, nella società. Noi che abbiamo una certa età cerchiamo di adeguarci, di stare al passo con il progresso, perché abbiamo spirito di adattamento e non vogliamo sentirci degli esclusi, degli emarginati, ma rimpiangiamo- quando siamo spettatori di eccessi- la semplicità, la moderazione, i valori dei nostri tempi.

Ne romanzo è messa in risalto l'antitesi tra la vita di campagna e la vita di città, autentica la prima sofisticata l'altra. I personaggi sono descritti nella loro individualità, nei loro tratti caratteristici, nelle loro tendenze e di ognuno di essi viene tratteggiata una immagine che lo differenzia, in modo netto, da tutti gli altri. La natura è vista, e presentata, nei suoi passaggi stagionali, nel suo incanto, nelle sue tonalità cromatiche, come rifugio terapeutico per la pace dello spirito, come ispirazione poetica ed artistica.

Oggetto protagonista, personificato, emergente e presente dalla prima all'ultima pagina, è il grande specchio situato nella casa rinascimentale di Lucca, abitazione della numerosa famiglia (i genitori e sei sorelle), le cui vicende scorrono tra gioie e dolori, problemi, avvenimenti vari, attività specifiche: «Nulla sfuggiva (allo specchio) di ciò che avveniva tra quelle mura…Esso conservava nella sua profondità luminosa non solo i volti, che via via sbiadivano, ma carpiva i segreti dell'animo ».

Il titolo. L'ombra della madre, si riferisce a Lidia, seconda figlia di Aloìde che, per aver perso la primogenita, si ammala di mente e scarica tutto il suo odio e il suo risentimento sulla secondogenita che porta lo stesso nome della sorella morta. Così la scrittrice nella nota introduttiva: «Cara Lidia, …mi hai raccontato aneddoti della tua vita che erano stati cacciati nel fondo del tuo essere, ma continuano a influenzarti…condizionamenti risalenti alla tua infanzia, a quella di tua madre, ai genitori di questa». Tara ereditaria che si trasmette da una generazione all'altra? Triste sorte quella dell'uomo che nulla può contro gli eventi del Caso.

Gli argomenti, esposti in un linguaggio impeccabile, si susseguono in maniera scorrevole e armonica.

Recensione
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