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Lo scrittore stende una lunga Premessa nella quale mette a confronto la realtà attuale del nostro mondo, quella della sua fanciullezza. Tra esse c'è un abisso. Desolante il quadro della natura odierna: le macchine, il cemento hanno cambiato e deturpato l'ambiente; l'inquinamento ha distrutto molte specie animali e vegetali. Egli rimpiange la natura d'altri tempi e ne ripercorre le immagini belle e rigogliose, come attraverso una pellicola cinematografica. Ricorda il nome di piante che si sono estinte e di uccelli che non si vedono più svolazzare numerosi nel cielo, in ogni stagione dell'anno. È stata la nostalgia di quel tempo felice, oltre che l'amore per gli uccelli, ad indurlo a fare un'attenta ricerca e a ripercorrere l'excursus – in breve – di quegli scrittori che, nelle foro opere, hanno scritto sui volatili: «Ormai vedo solo gli usuali passeri e qualche merlo... E sopratnttto guardarne qualcuno che s'è posato sull'albero scheletrito di un'antenna televisiva che mi riempie di malinconia... Ritorno ad attingere letizia da quei poeti e scrittori che hanno ammirato e ascoltato gli uccelli». Una consolazione di riflesso, come in un sogno riparatore.

Franco Orlandini, quindi, dà informazioni sugli autori e sugli uccelli. Così, ad esempio. scrive del cuculo: «Theuriet lo dice "insocievole", Govoni "sciocco", Cardarelli sostiene che è piacevole ascoltarlo perché "nel suo canto sembra di sentire l'anima e la voce primaverile del bosco", Wordsworth ne ascoltava il canto mentre "era a scuola e aveva il desiderio della libertà dei campi; era attento al verso del cuculo nelle sue camminate nei boschi e nei verdi sentieri: un verso reiterato, vagante da sembrare vicino e nello stesso tempo remoto: più che un uccello lo considerava un "folletto". Non avendolo mai veduto,ma solo ascoltato tra le foglie, Morike se lo immaginava come "un uccello grande stupendamente piumato", Hesse definisce il cuculo, "gaio compare del bosco dalla voce calda e profonda". Andrè Theuriet lo chiama "il solingo cantore" che pare voglia dirci: «Rivolgete il pensiero agli scomparsi. Il tempo vi porta con sé... Anche per voi le primavere non rifioriranno sempre». Corrado Govoni smise di praticare la caccia quando un picchio, da lui ferito ad un'ala, fu brutalmente schiacciato e "finito" dalla pedata di un uomo. Una ricerca accurata, quella dell'autore, che gli ha permesso di acquistare una cultura specifica e di trasmetterla ai lettori attraverso il suo testo. Sono tanti gli uccelli che egli menziona, soprattutto nostrani e a lui familiari, volatili che ha avuto il piacere di ascoltare nella lontana e nostalgica infanzia. C'è il cuculo "misterioso, già ricordato, la rondinella "allegra e gentile", ci sono gli uccelli dell'alba dalle voci più svariate, chiare ed argute e che assecondano. secondo Zoppi, "l'oscillare tenue dei ramoscelli"; c'è il passero vispo, il "diavoletto" di De Banville, la ghiandaia "spennata" del Papini dalle piume nere-azzurre, il fringuello di Boine dalla voce "come uscita dal silenzio del passato", ci sono gli uccelli di primavera, quelli migratori, i corvi "neri e muti", la civetta dal "grido infausto", l'albatro, la cornacchia e tanti, tanti altri. Sì ha la sensazione dì trovarsi in un parco immenso, stupendo, fantastico, nel quale, in un'oasi di verde e di fiori variopinti, si ascolta il coro armonioso di un numero infinito di uccelli che si esibiscono in concerto. Il libro offre una lettura piacevole e distensiva.

Recensione
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