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Nativa di Savona, dove attualmente vive, la poetessa ha pubblicato il suo primo libro nel 2005, ma con questa raccolta ha recuperato il tempo perduto, inserendovi ben 150 liriche, nate in momenti e situazioni diverse, che riflettono i sentimenti, le passioni, le delusioni e i rimpianti di una vita, contemplati con la saggezza di chi ha raggiunto una certa serenità, per cui anche il dolore cocente sfuma in pacata malinconia; e le poesie, infatti, non trasudano mai disperazione, anche se le tracce del tempo si avvertono nelle pieghe di una ruga, anche se siamo tutti soli coi nostri sogni, anche se la vita se ne va anello dopo anello; spesso la poesia scivola in uno stato di saporosa tristezza, in cui ha più spazio la pallida luna, piuttosto che la sfera prepotente del sole.

Ci sono nella raccolta alcune parole-chiavi che si rincorrono e s’intrecciano, quasi ossessivamente: tempo, sogno, buio, solitudine, attraverso le quali si enuclea la poetica dell’Autrice. Mi sovviene una considerazione del grande Seneca: “In tria tempora vita dividitur: quod fuit, quod est, quod futurum est. Ex his quod agimus breve est, quod acturi sumus dubium, quod egimus certum (In tre momenti si divide la vita: passato, presente e futuro. Di essi quello che stiamo vivendo è breve, quel che vivremo dubbio, quello che abbiamo vissuto certo). Proprio all’interno del “tempo” si muove la voce della poetessa, non puntando al futuro, che ormai lascia poco spazio alla speranza, soprattutto perché nell’età matura quando la vita smette di dare e incomincia a prendere), non possono esserci che fredde istantanee di pozzanghere gelate; non godendo del presente, che è effimero, e ci lascia cogliere solamente qualche sprazzo di luce, qualche frammento di cielo; ma rifugiandoci ne passato, che pienamente ci appartiene e che nessuno potrà cancellare. Sono sola sulla vetta del monte…| Il soffio del tempo s’ingrandisce a dismisura | e io, ricca d’anni, mi guardo attonita | con lo sguardo spento sulla scena del mondo…Nel “buiodella “solitudine” (tema fortemente ricorrente) il ricordo è il fine certo de nostro percorso sulla terra, accanto al sogno, che illumina il freddo del nostro vissuto. E ritornano da lontananze remote, nella nebbia degli anni, una vecchia casa di campagna, un suono di campane, una piccola falce di luna | che compare e scompare fra le nuvole, briciole di carezze dimenticate, una rondine nel fresco vento della sera, la madre che con le mani ruvide screpolate dalla fatica le carezzava i capelli.

A volte la poetessa si lascia andare a far girotondi di stelle | su arcobaleni sereni | fidando speranzosa nel domani. E in questo suo andare per il tempo passato o futuro, compare anche Dio, se non come certezza, almeno come speranza ed entità salvifica.

Il linguaggio è elegante, ricco di metafore, armonioso e musicale, il che si evidenzia persino nella breve pagina di prosa che la Nostra premette alla raccolta. Voglio, infine, evidenziare l’uso e l’abuso dei puntini di reticenza, che lascia intravedere un motivo psicologico in questo segno d’interpunzione ripetuto in qualche lirica fino a 10 o 12 volte. A mio avviso, tutto nella poetica della Pomina è come sospeso, in attesa di qualcosa di indefinito e indefinibile, un miracolo forse, che possa finalmente sanare le ferite della vita, rimaste spesso dolorosamente aperte.

Recensione
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