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L'Iter ligure di Maria Luisa Daniele Toffanin, costituisce un itinerario poetico-onirico in affascinanti località della Liguria, come le Cinque Terre, Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza, ecc. Un itinerario in una regione, che è un arco in cui i monti si affacciano sul mare, rivisitato con la sensibilità della poetessa che sa commuoversi di fronte alla bellezza e che sa rigenerarla in parola poetica. È un viaggio dove il fascino e la suggestione dei luoghi diventano la fonte di ispirazione di poesia a sua volta fascinosa e suggestiva. E anche il lettore, sull'onda dei versi, compie un viaggio poetico-onirico.

E una poesia coloristica e musicale, dove ci sembrano fondersi suoni e colori in un armonioso arcobaleno sonoro e poetico. Non a caso la prima sezione porta il titolo "Trame d'armonia" e la seconda "Suoni-colori". E una poesia affascinata e affascinante, dove troviamo la suggestione della tavolozza e del pentagramma, con un alternarsi, susseguirsi, inseguirsi e accavallarsi di colori e di suoni. In poesie come "Nell'antico coro ligneo" e "Un rondinare bianco", per non fare che un paio di esempi, si rincorrono parole come "cantare", "eco", "melodia", "note", "suono", "coro", "assolo", "voce", "sentire", "armonia", "trilli"e anche: "luce", "rosso", "giallo", "azzurro", "bianco", "nero". Troviamo poi il richiamo degli elementi della natura: sole, mare, cielo, vento, roccia, ecc.

Scrive Nazario Pardini nella prefazione: «Addirittura la musicalità si fa fisica e la natura si trasforma in una vera orchestrazione dove ruvide pievi-nicchie e dune d'ulivi e vigne-violini diventano strumenti accordati da mani esperte di musicanti». Ci sembrano coinvolti, nella poesia della Toffanin, tutti i sensi, addirittura ci sembrano stimolati anche il tatto e l'olfatto. Tante le figure retoriche, tante le immagini, gli ossìmorì, le anafore e soprattutto, frequentissime, le sinestesie (le ore che garriscono, la «sinfonia di pace», «Roccia-araldo solare | gialli suoni celesti», ecc.

Spesso dall'osservazione e dall'incanto dei luoghi nascono pensieri, similitudini, meditazioni esistenziali. Bella la poesia "Al poeta", da cui scaturisce anche una personale definizione del poeta, se non una dichiarazione di poetica. Ne cito qualche verso: «D'agave, poeta, è il nostro giorno | radicato cosí allo scoglio irto | nel delirio mai finito d'azzurro | struggente amore del vivere. E linfa succhia dura roccia || e respira il mare e la sua gioia | con braccia magre di fatica | e ne gusta il sale filtrato | solo da maestrali aspri | grondanti lacrime di pioggia». Pardini parla giustamente di una «gradualità progressiva della silloge, da bellezza visivamente ed emotivamente vissuta a bellezza contemplativamente idealizzata come tappa finale di riflessione esistenziale».

Soprattutto nella terza sezione, "Pause", la poetessa si sofferma, appunto, sulla meditazione esistenziale: «Scorre argento vivo il nostro andare inquieti | a catturare lembi di felicità | ignari del trainare il tutto di noi stessi».

La lingua è ricca e preziosa. E quando le parole esistenti non le bastano, Maria Luisa Toffanin se le crea ("marecielo-acquario", "orofiamma") o rigenera parole disusate andando a ricercare nei classici ("puella eterna") o svecchia e riattualizza parole auliche ("silente", "occaso"). Il tutto con una perfetta resa poetica.

Recensione
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