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Ragazze di ieri, femministe d'oggi
Venete coraggiose artefici di una rivoluzione riuscita

Avevano vent'anni, anagraficamente o psicologicamente. Erano belle, fiere, ribelli, coraggiose del coraggio di chi sa superare la paura. E le paure erano tante, per le "jeunes filles rangées" educate fra scuola e oratorio a fare le madri di famiglia e, professionalmente, le insegnanti (difatti quasi tutte lo sono o lo sono state). Per le compagne di ideologia relegate nel ruolo subalterno di "angeli del ciclostile": dolce attrezzo del tempo che fu. Per le ragazze che dovevano arrivare vergini al matrimonio, che dovevano sempre sorridere, annuire, ubbidire. O imparare a mentire.

Eppure a ribellarsi ce l'hanno fatta: nonostante le irrisioni, anche dei media, gli epiteti di suffragette o puttane, e spesso una sorda lotta nelle famiglie di origine o nella coppia che molte formavano fin da giovanissime e che era, nelle intenzioni, una coppia con molti aggettivi e distinguo: libera, aperta, provvisoria e via teorizzando:

Hanno letto alcuni dei "testi sacri" che negli ultimi anni Sessanta arrivavano in Italia, primo fra tutti quel Secondo sesso di Simone de Beàuvoir che tanti cuori ha scosso e inebriato. Si sono riunite in gruppi dai nomi insoliti come «Lotta femminista», «Centro per la salute della donna», «Centri di documentazione donna», «Collettivi per il salario domestico». Sono scese in piazza gridando i loro pittoreschi slogan, inalberando striscioni, sfuggendo alle forze dell'ordine, improvvisando liberatori girotondi e rivendicando un potere di "streghe" che erano ben lungi dall'avere.

Ma se le manifestazioni erano (anche) ludiche, quasi sempre nascevano da un disagio profondo e da una voglia autentica di cambiamento. Un cambiamento che poi c'è stato, e son li a provarlo – a provare che la sola rivoluzione riuscita del secolo scorso (oltre a quella tecnologica) l'hanno fatta le donne – non solo le leggi che hanno cancellato, o comunque messo in crisi, un sistema millenario, ma anche e soprattutto, paradossalmente, il fastidio delle donne oggi giovani per cui la parola "femminismo" suona come un vecchiume perché hanno ottenuto tutto, almeno in teoria: dallo studio alla carriera, da un più equo diritto di famiglia al divorzio e all'aborto legalizzato, dal diritto a una sessualità più libera a quello di non essere considerate zitelle se non si sposano. Ma cancellare la storia, cancellare le radici è sempre pericoloso. Sono queste cancellazioni che producono i passi indietro, i "ritorni a casa" al vecchio ruolo domestico, le depressioni.

Per questo il libro Le ragazze di ieri a cura di Anna Maria Zanetti e corredato da un'antologia di toccanti fotografie di Luccia Danesin (Marsilio, pp. 127, L. 25.000) séguito e completamento di Una ferma utopia sta per fiorire, ha il merito di recuperare la recente memoria storica del femminismo veneto, importante come quelli milanese e romano, anzi per molti versi perfino più innovatore, specie se si pensa che nasceva in ambiente provinciale.

Il libro, primo del genere in Italia, contiene anche le testimonianze di alcune delle "ragazze di ieri". Nove in tutto, da Virginia Baradel a Lucia Basso, Giuliana Beltrame, Maria Luisa Biancotto, Flavia Busatta, Sandra Busatta, Alisa Del Re, Daria Martelli, Maurizia Rossella. Voci-campione in cui, attraverso il ricordo di una esperienza e la sua interpretazione, tante altre possono, almeno in parte, riconoscersi.

Oggi sono ancora belle, come una di loro orgogliosamente rivendica, di una bellezza che ne fa eterne ragazze (e difatti è difficile vederle vestite "da signore") anche se sono madri di figli grandi o magari nonne. Fanno ancora politica, ma nelle loro parole non traspare retorica, anzi, in qualche caso, traspare una consapevolezza delle ombre che hanno accompagnato le luci di una stagione irripetibile dal punto di vista culturale, umano e politico.

Certo dalle testimonianze di queste donne, dalle loro "parole per dirlo", non vien fuori solo una quadro vincente. Alcune, o tutte, hanno pagato e pagano dei prezzi, spesso alti. In conflittualità, matrimoni falliti, solitudine, difficoltà nel lavoro, perfino "incomunicabilità". Ma le loro parole d'ordine, ridotte in pillole, oggi le senti riecheggiare perfino dal parrucchiere: e questo sarà riduttivo ma è anche significativo.

Certo hanno percorso un cammino a ostacoli, e ora in alcune si coglie qualche accento di delusione: perché non basta essere donne per essere davvero sorelle, perché l'utopia è sempre diversa dalla realtà, perché la mancanza di strutture, soldi, solidarietà sociale ha respinto qualcuna in condizioni "tipicamente femminili". Perché altri miti (della ricchezza, del successo) e un nuovo squallido individualismo hanno spezzato la dimensione collettiva, aprendo spazi a una repressione sempre possibile.

Ma un ritorno ai tempi del silenzio e dell'invisibilità sociale è impensabile, e aver contribuito a creare una più giusta e umana condizione della donna sarà sempre motivo di una sorta di "tranquilla fierezza".

Recensione
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