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Le femministe nell'istituto «macho»
Le ragazze di ieri che lottavano per i loro diritti
di fronte a mille studenti. Tutti maschi

Curioso incontro quello che si è svolto, mercoledl sera, all'Istituto tecnico "Marconi" di Padova, il più "macho" della provincia: oltre mille studenti e appena quattro che appartengono al genere femminile. Curioso perché, a fronte di una platea in cui le sole donne erano poche professoresse, politiche e giornaliste, sul palco, a parlare e a rispondere alle domande, sedeva un gruppetto di "femministe storiche" convenute proprio qui a presentare un libro/testimonianza di anni di lotte, di conquiste, di una rivoluzione "senza spargimento di sangue". Con tali interlocutrici e interlocutori la polemica era quasi assicurata, la provocazione messa in conto, il dibattito al calor bianco.

Del libro abbiamo già detto su queste colonne: s'intitola, romanticamente, Le ragazze di ieri (Marsilio), e con il precedente Una ferma utopia sta per fiorire intende non solo opporsi all'oblio di una stagione ideologica senza precedenti, che ha posto le fondamenta per una società più giusta nel rapporto fra i sessi. Ma rilanciare, come afferma la curatrice Anna Maria Zanetti, un messaggio di libertà, consapevolezza, diritto delle donne a dare un senso non imposto alla propria vita. Scopo sacrosanto, specie in un momento in cui il rischio di un ritorno indietro si fa ogni giorno meno remoto. Ne è prova l'escalation di stupri, di violenze familiari psicologiche e non, di minacciosi progetti di revisione delle leggi, emarginazione dal potere politico. Per cui le aperture in campo professionale sono bilanciate da tensioni, malanimo, voglia perfino di vendetta. E le donne hanno la sensazione di dover tessere e ritessere, come Penelope, eternamente la stessa tela.

Ma cosa ne pensano i giovani maschi? Come vivono i cambiamenti?

Male, direi. Anche se quelli che si espongono al dibattito – quasi tutti studenti delle serali, studenti-lavoratori – sembrano complessivamente "bravi ragazzi" responsabili e vogliosi di capire, vivono però con insofferenza le rivendicazioni delle giovani compagne di vita. Pronti a coglierle in fallo, a colpevolizzarle, a evidenziarne le contraddizioni. Il "Marconi", fucina di periti industriali, è un istituto "macho" come lo definisce la professoressa Flavia Busatta che ci insegna chimica? Ebbene sì, rispondono, ma non è vietato per legge alle ragazze di frequentarlo. Sono loro che si sentono attratte dalle materie umanistiche o dalle scienze sociali più che dal tornio, dagli attrezzi dell'idraulico e dell'elettricista e perfino dal computer, che oggi sostituisce molti dei lavori pesanti del tempo che fu. Se si autoescludono dalla fabbrica, ci sarà bene un motivo.

La risposta non è certo scontata. Parlare di ideologia della differenza in questa sede rischia di riportare a discussioni sui ruoli basate sulla natura più che sulla cultura. Più utile allora attenersi ai fatti. Una tornitrice è meglio che una disoccupata, d'accordo. Ma una ditta non assume volentieri elettrotecniche, idrauliche meccaniche: sia per pregiudizi interiorizzati, sia soprattutto perché lo stato non si accolla i costi di gravidanze e maternità. Perché mai allora una donna dovrebbe intraprendere studi che non garantiscono assunzioni e carriere?

Ma il principale punto di scontro è un altro: la divisione del lavoro e dei ruoli nella coppia, l'esercizio del potere fra le mura domestiche, la crisi del maschio che mal si adatta alle pretese femminili di "comandare", di "creare e gestire le situazioni", di guadagnare sempre di più, di divertirsi, essere libere. Anche a spese dell'unità familiare, anche a spese dei figli.

L'Italia è il paese che fa meno bambini? I divorzi fra i giovani sono in crescita? Colpa (o causa) delle ragazze che non si adattano più ai "lavori di casa", al ruolo materno, alla cura: e allora chi se ne occupa se l'uomo lavora tutto il santo giorno per pagare il mutuo, la macchina e i dieci giorni al mare?

L'atmosfera si surriscalda. Ai primi interventi timidi e interlocutori segue la provocazione aperta di un trentenne che fieramente si dichiara "maschilista", afferma che in casa sarà sempre lui a tenere il bastone del comando, e (orrore di alcune fra le partecipanti!) ripropone a modello, si suppone scherzando, perfino il cacciatore cavernicolo. Ma poi, a riprova di quanto certe provocazioni nascondano insicurezza, accusa la sua ragazza di proporgli "pattine con le punte" (sapevate che esistono?) per togliere la polvere dagli angoli.

Le relatrici sul palco si arrabbiano, cercano (invano?) di sintetizzare elaborazioni culturali sui ruoli costate anni di studio e ricerca, ci sono le "dure e pure" e le più morbide, più disposte all'ascolto e a una discussione dai toni più pacati. O magari ironici. L'ironia, si sa, è un'arma che spesso ha più efficacia del coltello. O magari ce l'ha il mettere in luce, come fa Giuliana Beltrame, che denaro e successo non sono gli esclusivi valori a cui puntare, specie se a spese del diritto, anche delle ragazze, a scegliersi liberamente vita e carriera.

Luccia Danesin (la fotografa che ha tirato fuori dall'archivio le foto degli anni '70) alla fine è sconfortata, e così pure Anna Maria Zanetti. Mai ragazzi restano lì a formare capannelli, a discutere, fra loro e con le relatrici disposte a farlo. Sarà un caso?

La conclusione (mia personale) è che comunque le provocazioni, almeno quelle dei giovani, non debbano cadere nel vuoto o spegnersi nell'incomunicabilità. Ma alimentare la riflessione da una parte e dall'altra, tener vivo il dialogo. Al quale sarebbe giusto partecipassero anche le "ragazze di oggi", grandi assenti della serata. Come si difendono? Cosa replicano ai loro coetanei? Quanto hanno metabolizzato il pensiero del Movimento delle madri o sorelle maggiori, e quanto invece lo hanno assorbito senza elaborazione alcuna? Lo si saprà al prossimo raduno che già si parla di organizzare.

Senza sentirsi troppo avvilite a dover ripetere cose scontate, ma cercando di scalfire con le armi di Sherazad (intelligenza e parola) lo zoccolo duro che ostacola ancora la comunicazione, la collaborazione, il reale rispetto fra i sessi.

Recensione
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