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Già di fronte al titolo di questa nuova raccolta di poesie di Francesca Luzzio si è tentati di richiamarsi a Platone, ai suoi meravigliosi dialoghi intorno alla realtà e alla vita, connubio di poesia e filosofia per arrivare alla verità e alla bellezza, unico sommo sole che il ricordo larvato (inconscio?) di un iperuranio cerca di richiamare nelle vicende di questo mondo.

È altresì quello stesso gnoti seauton che i dialoghi ha provocato a partire, nel nostro caso, alla ricerca di una verità oltre e di fronte a noi stessi. Ma perche il "come"? Forse perché dialoghi in fondo queste poesie non sono e l'Io (come recita il primo esergo) si complementarizza nel "Mondo" dell'esergo finale poiché Io e Mondo, per il poeta, sono tesi e antitesi di una unica dialettica. Una dialogia che solo in parte sottende un impianto freudiano, come scavo per comprendere l'Es; come tempi di una sonata a quattro mani, che variega uno stesso tema — dentro (io) e fuori (mondo) — sotto la spinta delle due principali pulsioni freudiane, Eros e Thanatos. Altare e contro-altare per un unico rito che la Musa celebra in modo commotivo e appagante. Due realtà che si compenetrano, crocevia tra oggi e domani. "Spalanca gli occhi, | non sono poche le fessure | che lasciano intravedere | la luce dei misteri". Ed ecco che si parte alla ricerca di queste fessure, come spiragli di luce, dal "foras" verso il nostro "intus", per restare immersi "nell'abbaglio luminoso del sole". Chi ci sta di fronte è spesso l'io che affrontiamo in noi stessi, molte volte saccente e aforismatico, talvolta assoluto, che non comprende la nostra voglia di "esserci", la nostra "pena di vivere", senza trovare corrispondenze alla pulsione esistenziale dell'amore, ricordo della "Divina sinfonia del grembo materno". Per questo bisogna uscire dal buio e dal silenzio, tentare alternative soddisfacenti, ritrovare Dio: "E nella notte profonda | quando la vita cade nel silenzio | che sento le tue campane". Il poeta si sente pellegrino nel tempo (implacabile orologio), confuso tra il fantasma della morte e il desiderio di immortalità, attento al mutare delle stagioni così come al susseguirsi dei suoi tempi e modi di sentire, cercando di non restare stritolato entro il freddo meccanismo illuministico che tanto mortificò Foscolo e Leopardi. La titolazione delle poesie conferma queste pulsioni sentimentali e antiilluministiche: "Rivelazione", "Accoglienza", "Vision" di "un altro cielo su cui stendere le mie ali". Una metapsicologia che più semplicemente ricerca di aura poetica in cui stemperare la paura con la speranza, la deriva con la fede, la morte con l'amore, misteri universali in cui dolcemente naufragare. Eros e Thanatos, il bene contro il male, il nulla contro quel tutto che la Luzzio chiama il lieto fine, il vero amore, ancora quel "ricordo divino del grembo materno". Una volta che da esso si è usciti, scagliati dentro la dimensione temporale, bisogna ritrovare nel tempo che passa il bergsoniano "tempo che dura", quello in cui si tenga "la lucerna accesa per comprendere la Verità". E l'istanza filosofico-poetica del dialogo platonico, come maieutica della verità, ritrova il fascino di questa esaltante dialogia che la poetessa, dal suo riparato teatro interiore, porta a far risuonare sul grande palcoscenico della nostra umanità.

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