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«Isolo moltiplico | concentro dilato | la visione di me stessa | con l’altro in accordo | infranto | da desiderio dai sensi feriti | dai suoni del niente ». Silloge dalla durata di un soffio, dalla consistenza di una scheggia centrata, dalla completezza preordinata e conclusa nella forma. Potenti raffigurazioni chiaro-scurali trafiggono la lenta linea di demarcazione che separa il fenomeno dal noumeno di una vita che si raccoglie nelle strettoie di strofi fluide, consequenziali, quasi atemporali. Leggendo Figura e parola di Giuseppina Rando mi ero riproposta di studiare accuratamente le antitesi e le antinomie che i due termini concettuali mi evocano, emblemi in netta contrapposizione che si visualizza nella proiezione plastico/verbale di realizzazioni contrastive della realtà interiore dell’Autrice; volevo quasi ‘a priori’ focalizzarmi sulla combinazione/accostamento tra immagine e verbum che il titolo sembra suggerire come reificazione di entità differenti. E invece l’analisi del libro, leggera e stratificata dapprima, poi sempre più pressante e affamata mi ha portato quasi impercettibilmente alla scoperta semplice e quasi ovvia di quei versi che stanno quasi all’inizio, nella seconda pagina del testo, chiari, espliciti e mirati, o meglio, alla presa di coscienza della loro elementarità fondamentale: «Come notturno dono, tu | figura e parola (corsivi miei) | nudo | con lo strazio | mi giaci accanto ». Eccoli, lapidari e scontati quasi, indicatori pseudo-banali di una chiave di lettura. Ecco che l’indagine testuale segue la pista che si delinea da sé, adesso, come promanazione di un senso rivelatore che si trasmette da zone iperuraniche della mente e si riversa nella riproduzione di un «cielo di pece e di ferite », di «carne calpestata », di «voli dilaniati ».L’identificazione e la corroborazione dei due poli che si condensano e si sovrappongono nella concretezza di una – persona – donano consistenza e pregnanza a ciascuna immagine (non intesa solamente nell’accezione di idòla) che funge da ordito all’opera, al «corpo | vivo disteso sui fonemi », alle «oscure potenze d’arcano | » che «nell’aria inseguono | l’anima caduta » nella ricerca de «la verità delle due parti in lotta ». Le «sensazioni » e le «sillabe » diventano coriandoli di un medesimo carnevale che si riduce a «la passione d’esistere » e «si libera nel tripudio di parole ».

C’è una cosa che mi preme sottolineare ancora in quanto emerge con una basilarità lampante; si tratta della rappresentazione dell’illusorietà della compiutezza ontica, che nel processo del suo svolgersi si vanifica. La Nostra utilizza accorgimenti retorici che si snodano in esegesi itineranti che vengono a collocarsi in un sistema prestabilito e costitutivo della soluzione stessa dell’enigma proposto. «Itinera per simulacra » è la formula interpretativa di un mistero che si s-piega nel «barlume dell’istante | che scade », nella «figura che muore | compiendosi | e senza divenire si spegne »
Recensione
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