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Libro essenziale, tagliente, scarno, denso di forme pietrose e incisive che feriscono nella loro nudità, Immane tu di Giuseppina Rando si staglia netto come la punta di un iceberg, acuta e penetrante, spia percepibile del grandioso blocco che rimane nascosto, sommerso nelle profondità che non si svelano. Prodotto, questo, di una consumata “arte del levare” (come la definisce Roberto Cogo nel suo studio al precedente libro dell’autrice, Duplice veste, apparso nel n. 61 de “Il Segnale”) di cui la Rando è raffinata maestra. Il risultato è quello di un’opera preziosa, in cui le immagini corpose estrapolate emergono come guglie, picchi che traforano il nebuloso scenario del non-detto ed affiorano per contrasto.

In questo paesaggio verbale brullo, latomie dove la parola…s’oscura, l’essere avverte il – gap – che lo separa dalla materia generante – estraneo il canto di sangue che ci bagna – , serrato dalla prigione della proiezione fenomenica del corteo d’ombre che lo avvolgeva prima del grembo. Allora, con l’affanno di chi arranca alla cieca sopra quel sasso roteante come il mondo, si libra in voli pindarici per subito precipitare a strapiombo da altezze vertiginose (d’elevazione caduta) con uno schianto che produce ferite. Tutto, in questa produzione poetica, concorre a determinare un effetto graffiante; dal verso, martellante e metallico, che nel guizzare fugace illumina con le sue forme saettanti e i suoi abbagli incombenti le zone oscure dell’anima, ai giochi chiaro-scurali che incasellano, come in una grata, barlumi di una verità che sfugge, come la gioia che viene falciata dalla lama della luce.

Persino il fiato è inciso in un contesto di eliotiane memorie – non mi strappare, aprile – .

Ed ecco che, come una girandola, i ricordi frullano la mente che si sfalda nella mutevolezza del presente, ma senza mai prendere il sopravvento e restano dietro la soglia di una vita che produce il narcotico effetto dello stato di coma (in coma vive | di sogni).

In questa aridità feconda di schegge (le parole) che trafiggono con i chiodi semantici, scorre una razionalità traslucida, gemma d’issopo nel mare | notturno | bagliore per l’anima e crea, con lo smagliante algore del diamante, un involucro coriaceo a una fragilità recondita e frastornata – palpitano | immobili sensazioni…nell’abisso del niente dove l’anima.. ancora s’aggira… pellegrina …verso l’aurora…. Involucro protettivo contro il quale le contingenze si infrangono, ma dentro il quale si concentra l’energia magnetica che non lo rende del tutto inaccessibile: serrata è la porta | che chiama. La spinta verso “l’alterità” (anima da sé | verso l’altro), nella tensione all’uscita, è la matrice della crepa che trasuda | d’infinito, attraverso la quale l’immenso si intuisce come da un cono d’ombra – sostanza divina | lunga ombra | incalzante… dio multiforme… traspare dall’antro –.

E, come illuminazione zen, su cespuglio di rose | l’incanto si squarcia, rivelando il profondo teorema sul quale poggiano le nostre debolezze.

Luglio 2003

Recensione
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