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Polterwitz
La beffa

in: Labirintismo - Antologia di poesia e narrativa labirintista
a cura di Lella Burroni
Edizioni Stravagario, Tremensuoli di Minturno 2009.

Avevo studiato bene la schizofrenia e le sue forme subdole e puntiformi. Avevo visto almeno una ventina di casi durante il mio tirocinio al Centro di Salute Mentale quando preparavo l'esame di Stato: adolescenti completamente scissi, alcolizzati con psicosi gravi, donne depresse sulla trentina che avevano già al loro attivo parecchi ricoveri, e pure una madre che aveva tentato di annegare il figlio di quattro anni in piscina. Avevo compilato centinaia di relazioni: annotavo i farmaci, prescritti non da me ovviamente, la frequenza dei rientri e degli incontri, le crisi, le lamentele dei parenti o le suppliche, a seconda delle famiglie. Eseguivo meccanicamente ogni cosa, come uno scrivano. Ascoltavo le lezioni e i pareri del dottor Scuderi, lo psichiatra dal quale dipendevo, e mi chiedevo che cosa mi aveva spinto a proseguire questi studi, quando avrei potuto aprire un ristorante o un negozio qualunque e lavorare tranquillamente con persone che desideravano gratificarsi, anziché distruggersi. Eppure, se volevo fregiarmi del titolo di «psicologa», dovevo imparare così, compilando schede-pazienti nella speranza di ottenere qualche ulteriore incarichetto chissà dove, chissà con chi.

Vedere la distruzione dell'Io mi aveva lasciato del tutto indifferente; non avevo provato ne pena, ne fastidio. Pensavo solo alla mia difficile strada e all'analisi individuale, che avevo già iniziato grazie al finanziamento di papa.

Nei successivi quattro anni, iniziai anche l'analisi di gruppo assieme ai docenti e ai compagni della Scuola di specializzazione.

A trentadue anni dipendevo ancora economicamente dai miei genitori, i quali pagavano volentieri le quote dei seminari purché non li lasciassi soli, e studiavo storie tremende, tristi, angoscianti, di persone che si erano perdute nei meandri del loro Io.

Quasi tutte le sere mi vedevo coi miei ex compagni di università, ora colleghi, nei caffè e assieme ci lamentavamo del sistema balordo col quale eravamo parcheggiati ancora in famiglia, sebbene fossimo tutti spocchiosamente fieri dei nostri nobili discorsi, intrisi di concetti elevatissimi.

° ° °

Quando aprii il mio studio, si presentarono subito alcuni pazienti che volevano essere «curati»: un trentenne con attacchi di panico, una cinquantenne depressa, tradita dal marito, e una ragazza quindicenne che era disposta a tutto pur di rifarsi il seno (accompagnata da mamma e papà).

Mi rallegrai molto della loro scelta. Iniziai il lavoro terapeutico lasciandoli liberi di parlare di ciò che volevano, tentando di essere il più accogliente possibile. Purtroppo, però, mentre elencavano affannati drammi e sciagure, io non riuscivo a fare a meno di pensare che il tempo che impiegavo per ascoltarli, ovvero tre quarti d'ora, era per fortuna ben pagato. Sapevo che non avrei dovuto comportarmi così ascoltando i loro problemi: la deontologia impone una partecipazione piena al dramma del paziente, perlomeno durante le sedute.

Eppure, vi assicuro, ottenni presto buoni risultati.

Il fobico racconto che le sue crisi erano diminuite. Miglioramento repentino, che m'inorgoglì e diventò istantaneo motivo di vanto coi colleghi.

La donna tradita aveva un'incontenibile desiderio di raccontarmi tutto di sé, come se non le interessasse altro. Confessava ogni sorta di malefatta, pensata e attuata, nei confronti del marito. Ammetteva spudoratamente pensieri oltremodo lubrichi, diretti a uomini con più di trent'anni di meno (di cui s'invaghiva di continuo e al cospetto dei quali, diceva, poteva sembrare la nonna). Confessare la gratificava: si sentiva fiera, forte e, ovviamente, meno vilipesa.

Quanto alla ragazza, beh, nessuno avrebbe potuto frenarla dal suo progetto estetico. Tra l'altro, era completamente piatta. Il chirurgo plastico le fece un seno perfetto e i suoi genitori, vedendo la figlia finalmente felice, mi ringraziarono anche con un dono: uno splendido vaso di cristallo del loro negozio.

° ° °

Si sparse così in giro la voce che ero in gamba. Presto ebbi le giornate piene di nuovi analizzandi. Udivo le loro disavventure e calcolavo mentalmente il profitto mensile di ciascuno, che, sommato alla paghetta del mio generoso papà, faceva un gruzzolo niente male. Ascoltavo i loro problemi come si ascoltano le chiacchiere al bar, con curiosità e partecipazione modesta. Eppure, alla fine delle sedute, tutti andavano via ilari come arlecchini, assaliti da un riso incontenibile (e anche sconveniente, soprattutto in strada). La cosa mi parve un ottimo risultato e, come ogni terapeuta alle prime armi, me ne rallegrai.

Soltanto in un secondo momento mi accorsi che la questione non andava affatto sottovalutata. Perché quei poveretti ridevano tanto? Erano felici o stavano piuttosto «fuggendo dalla cura», come si dice in gergo quando un paziente mal seguito ottiene un beneficio illusorio nel giro di poche sedute? Fuggivano dalla mia cura? Se sì, cosa diavolo voleva comunicarmi il loro Inconscio?

Una cosa era certa, il messaggio — ammesso che davvero ce ne fosse uno — era da parte di tutti lo stesso. Toccava a me scoprire l'enigma.

° ° °

Mi capitò anche un lanciatore di coltelli proveniente da un circo sgangherato vecchia maniera, che per un po' si sarebbe fermato in zona per non meglio dichiarati motivi. Era un uomo di mezza età, il quale non rientrava proprio nei quadri medi dell'analizzando standard: la sua estrazione sociale era bassa (proveniva da una stirpe di circensi, erranti da generazioni) e la scolarizzazione modesta (sì e no aveva concluso la scuola dell'obbligo). Prima di dedicarsi ai coltelli — si definiva un tiratore provetto — aveva fatto l'acrobata sulla fune. Mi aveva spiegato, con compiaciuta fierezza, che non aveva mai usato alcuna rete di protezione; l'unica precauzione, peraltro impostagli dalla Pubblica Sicurezza, era stata un rudimentale bustino di pelle, collegato ad un lungo cavo, che in caso di caduta, lo avrebbe trattenuto a mezz'aria stritolandogli i polmoni.

Dal primo momento, mi colpì il suo aspetto fisico. Era alto circa un metro e ottanta, aveva una corporatura robusta e due occhi fiammanti color ambra che lanciavano scintille, incorniciati da una folta chioma bruna, che nonostante i numerosi capelli bianchi, appariva ancora scura e scarmigliata. La bocca aveva labbra carnose, ben disegnate; quando sorrideva, scopriva una dentatura di colore opalino e la palpebra dell'occhio destro scivolava in maniera quasi impercettibile sull'iride, donandogli un'espressione oltremodo seduttiva.

Durante il colloquio preliminare egli spiegò qual era la ragione che lo aveva portato da me: il lancio dei coltelli gli causava, da qualche tempo, profonda angoscia, sicché, durante gli ultimi due spettacoli, era stato sul punto di prendere la mira non già per evitare la partner, che in realtà era sua moglie, ma per centrarla e farla fuori. Parlava della sua insoddisfazione, del sentirsi vecchio ed escluso dal gioco erotico (non approfondì dettagli).

Ad ogni modo, alla fine di una decina di sedute, anche lui si ritrovò nella situazione degli altri pazienti, assalito da incontenibili crisi di riso a cielo aperto.

«Dopo l'ultima seduta» riferì con voce morbida «mi sono messo a ridere da solo. La gente si voltava, mi fissava allibita, faceva commenti, eppure non riuscivo a smettere. Stavo bene, sa? Mi sentivo in pace con me stesso. E' stato imbarazzante».

Non commentai. Stetti in silenzio e anche lui tacque per alcuni minuti. Il suo respiro era lento e profondo, i suoi pensieri percepibili.

«Perché non viene a vedermi quando faccio il numero? Mi piacerebbe. Anzi, mi piacerebbe farlo assieme a lei, che ne pensa?»

Si voltò verso di me con occhi felini e sorriso beffardo.

«Temo che non sia deontologicamente corretto» risposi in automatico (anche se mi pentii subito di avergli detto di no).

Lui cambiò umore, diventa aggressivo. «Se dovessi centrare il bersaglio umano, invece di evitarlo come faccio sempre, il pubblico si divertirebbe di più. Sono sicuro che nessuno s'indignerebbe». Ridacchiò. «Specie se ci fosse lei al posto di mia moglie!». Scoppiò a ridere piegato in due.

La seduta era terminata. Lo accompagnai alla porta e ci salutammo formalmente. Lo udii sbellicarsi per le scale e persino in strada.

° ° °

Avevo concluso la giornata. Ero di pessimo umore. Me ne andai a fare una passeggiata sul lungomare. Le luci del crepuscolo serale si stavano smorzando. Si alzò all'improvviso una brezza gelida e decisi di ritornare in macchina. Quando girai davanti alla Stazione ferroviaria, vidi una serie di manifesti attaccati uno addosso all'altro:

CIRCO ARCOBALENO
ACROBAZIE, COLTELLI VOLANTI E SUSPENCE...
SPETTACOLO ORE 21

Era da una vita che non ci andavo, al circo. Il «tiratore provetto»: volevo proprio vederlo in azione. Mi diressi nella zona industriale, dove di solito si svolgevano questo genere di spettacoli. C'erano parecchi carrozzoni parcheggiati attorno al tendone. Rimasi in macchina a spiare, perché mancavano due ore all'inizio dello spettacolo. Sarebbe stato più saggio andare a farsi un giro nell'attesa, invece non mi spostai da lì.

D'un tratto, scorsi un'ombra vestita d'argento che aprì la porta di uno dei box. Controluce, riconobbi la sagoma del mio analizzando. Stava discutendo in maniera abbastanza animata con qualcuno. L'alterco durò una decina di minuti. Poi il tiratore — che chiamerò solo J. — sbatté la porta e sparì.

Ero impaziente di assistere al suo numero. Mi persi a fantasticare su noi due... Il controtransfert era debordato, segno pessimo per me. Malgrado ciò, ero disposta a violare ogni regola, pur di vederlo all'opera.

Quando la biglietteria accese la luce, fui la prima a fare il biglietto. Entrai nel tendone assai emozionata. Cercai un posto in prima fila, lontano dai piloni. Sembrava un mondo fermo agli inizi del Novecento. Dei ragazzini distribuirono gadget e bibite gassate. Mi riempii di girandole, coroncine luminose e mi scolai una Coca. Ero regredita di almeno vent'anni. I clown piantonavano l'ingresso nella speranza di fare il "tutto esaurito".

Non appena ritennero di aver raggiunto un numero accettabile, le luci si spensero. Nella penombra vidi J. sollevare delle travi assieme ad altri per collocarle in prossimità del centro scena.

L'occhio di bue illuminò una donna vestita di nero, con la giacca rossa piena di alamari dorati e il cilindro, la quale annuncia i vari numeri. Spesso l'effetto sonoro mancava la sincronia col tonfo che doppiava, per esempio nel numero dei clown (che più che pagliacci parevano maschere). Mi divertivo. Il pubblico era esiguo, prevalentemente bambini accompagnati dai genitori, gente semplice che trascorreva una piacevole serata.

Parecchi artisti chiamarono gli spettatori ad interagire. Alcuni mi vennero vicino più volte, per fortuna senza scegliermi. Il clown-giocoliere mise in mano a una decina di persone delle campane, intonate ciascuna con note diverse e, impartendo loro ordini precisi, guide) l'esecuzione di "O Susanna".

Quando finì il primo tempo, le luci si accesero. Mi detti un'occhiata in giro e, manco ci fossimo dati appuntamento al circo, riconobbi tutte le facce dei miei pazienti sparse fra il pubblico. Strabuzzai gli occhi e mi chiesi com'era possibile una simile coincidenza. Pensai ad un'allucinazione o qualcosa del genere.

Intanto le luci si spensero di nuovo, illuminando solo la presentatrice, che annuncia:

Per voi, stasera, il Re dei Coltelli Volanti.

Un fascio di luci rossastre accompagnò l'entrata di J., agghindato di nero con una tuta stile sadomaso; poi le luci si schiarirono illuminando l'intera la scena. Qualche lancio su bersagli "fissi", tenuti da ragazze giovani e piacenti; bersagli "mobili", tenuti da collaboratori in bicicletta o in equilibrio sulla fune; qualche oggetto colpito "al volo", in aria.

Per il numero della Sagoma, signore e signori, il nostro Re vuole
una persona del pubblico e fra poco verrà a scegliere
chi fra di voi gli sembrerà il più coraggioso.
Attenzione, brivido e nervi saldi...

Un presentimento.

J. finse di cercare dalla parte opposta, ma ero sicura che sarebbe venuto a prendere me. Infatti... Allungò la mano con gesto galante. Io mi guardai indietro e rimasi seduta, facendo la tonta. Mi invitò una seconda volta: «Madame». Scossi il capo.

Un bell'applauso per la signora.
Il nostro Re se ne intende di donne.
Siamo tutti impazienti di vedere questa coraggiosa dama.

Sembrava una gag preparata. Il pubblico scoppiò a ridere. Mi vergognavo a morte. Alla fine, cedetti alle sue profferte sempre più seducenti e mi avviai con lui al centro del tendone. Due ragazze mi legarono la fronte, le spalle, le mani, la vita e le caviglie.

J. si erse come un domatore di tigri. Un rullo di tamburi accompagnò il lancio del primo coltello, che si conficcò sopra la mia testa.

Non c' trucco.
E' tutta una questione di sangue freddo,
concentrazione e bravura.
Un applauso alla coraggiosa signora.

Appena mi tornò la voce, iniziai a gridare aiuto e a invocare mio nonno. Mi sovvenne che ci aveva sempre raccomandato — a me e agli altri nipoti — di non ridere durante il suo corteo funebre,ché sarebbe stato assai sconveniente. Era vissuto con questa preoccupazione durante tutta la vita. Nessuno di noi lo prese mai sul serio. Eppure, mentre seguivamo il feretro, come da copione, uno dopo l'altro scoppiammo a ridere stupidamente.

«Nonnoooo! Aiutoooo! Nonnoooo!»

Non c'è trucco.
Sangue freddo e concentrazione.
Un applauso alla signora.

Il pubblico sghignazzava e lo stesso J. sembrava parecchio divertito, tanto che dopo aver finto due lanci a vuoto, si avvicinò e mi disse sottovoce: «Se non gridi più ti farò venire anche domani».

«Voglio la tua asta!» La frase mi uscì da sola dal profondo.

Ci fu un boato di risatacce e schiamazzi.

Che cosa dice il nostro Re, a questo punto?

J. tornò indietro a prendere la mira, ma io attaccai più forte di prima: «Voglio l'asta del Re! L'asta del Re!». Partirono uno dopo l'altro, i coltelli, scanditi dal suoni dei piatti del percussionista, mentre il pubblico scagnasciandosi, parodiò ritmicamente la mia supplica: «L'asta del Re! L'asta del Re! L'asta del re!...».

Distinguevo più forti delle altre, le voci dei miei pazienti.

Quando il mio contorno fu tracciato, J. li zittì con un gesto del braccio.

Signore e signori: il Re dei Coltelli Volanti.

Un applauso. Le ragazze corsero a slegarmi.

Mi sentivo sprofondare dalla vergogna. Come avevo potuto gridare una simile frase, espormi at pubblico ludibrio, fare quella parte da stupida? Vedendo il perimetro del mio corpo disegnato dalle lame, rimasi annichilita. J. s'inchino, mi applaudì e il pubblico, stavolta senza scherno, applaudì con lui.

Le luci si spensero, attaccò una musica bestiale che annunciava il numero successivo.

J. mi trascino in fretta fuori dal circo. Era freddo e buio. «Domani sera alla stessa ora» sussurrò. «E la seduta?» chiesi io. «Quale seduta? Ancora non hai capito che il Re prende tutto?».

° ° °

«Altolà» gli intimai. J. scoppia a ridere sguaiatamente e alzò le mani, per farmi capire che non m'avrebbe mai toccato in quel senso. Poi comparvero i miei pazienti e tutti si strinsero attorno a me con sguardi sfottenti.

«Penso che dobbiamo smetterla!» gridai.

«Smettere che cosa, esattamente?» chiese la ragazza.

«Lei è libera» rimarcò il fobico.

«Se non ve ne andate, vi faro una fattura!» Ma cosa diavolo stavo dicendo? E proseguii: «A tutti quanti! Siete solo gabbiani, gabbiani che fanno baccano e ridono, ignobili, per stoltezza! Sapete perché siete in analisi? Vi manca il motivo, ecco perché».

Il Re mi penetrò coi suoi occhi di fuoco e prese la parola, a nome di tutti: «Ma ancora non hai capito che siamo attori pagati da tuo padre per darti l'illusione di essere la psicoanalista che non sei? Eppure c'eri andata vicino stasera...».

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