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Romanzo per la mano sinistra

La sinistra cui il titolo fa riferimento è quella della rivolta permanente, non ideologica ma, proprio in virtù di ciò, in grado di tracciare un romanzo epico-epistolare, storico-politico, dalla propaganda di stato della dittatura fascista alla dittatura del regno mediatico globale. È una scrittura che ritengo insurrezionale proprio in quanto rifugge dall’ideologia, per richiamare esistenzialmente in vita gli eventi senza imbrattarli con pregiudizi tendenziosi, così da lasciar intendere, entro i vari contesti, le reali situazioni.

Merita qualche considerazione l’impresa di questo figlio di Viareggio, là dove Shelley fu gettato dalle acque perché vi fosse arso sul rogo, ma il suo cuore non poté esser distrutto, come in genere il cuore dei poeti sfida le fiamme; per cui non è un mero caso se al genio di Field Place, una decina d’anni prima di questo romanzo, Micheli dedicasse un’opera di poetica dal titolo Il cuore e l’ombra viva.

Il romanzo unisce il senso della storia con gli accenti contemporanei d’un Foscolo, autore delle Ultime lettere di Jacopo Ortis. Qui compaiono invece le lettere che Stefan Bauer, un ebreo moravo, manda al figlio, Bruno; ne risulta un testo che tocca l’oggettività storica e mostra la tragedia di un popolo che ha avuto l’ultimo sprazzo di rinascita, secondo l’autore, coi movimenti studenteschi degli anni Sessanta e Settanta.

Penso che questo libro sarebbe piaciuto a Leon Trockij, perché è un libro della rivoluzione permanente, uno sguardo non corrotto dalla burocrazia e neppure venduto all’interesse del denaro, uno sguardo d’una innocenza inquietante, che ci consegna un’opera la quale, a mio avviso, è un evento. Quand’anche non si condivida il punto di vista dell’autore – sia il narratore epistolare, sia il narratore in terza persona sono permeati dalla visione rivoluzionaria –, anche chi non avesse la medesima visione può sentire la vita di questa bellissima penisola, una vita che non è comica come nelle immortali opere di Rossini, bensì tragica, a molti livelli. Questo romanzo, insegnando la tragedia, è un romanzo catartico.

Dunque, onore ad Aristotele, il quale pensava che la scrittura potesse purificare sia i colpevoli che gli innocenti, anche perché tra gli esseri umani di innocenti – e non è mai ogni volta soltanto una notizia d’attualità – non ce ne sono, tantomeno colui che scrive. Infatti, non è certo per acuire la tragedia se, a conclusione di questa breve nota, mi viene di aggiungere una memoria. Durante gli anni Sessanta il poeta Louis Aragon, cui chiedevo quale fosse la tragedia dell’uomo, mi rispose, da buon surrealista basandosi sul soggetto e non sul sociale, consistesse nell’indifferenza.

Recensione
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