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I segni e la polvere

Mi accosto alla lettura de "I segni e la polvere" (52 poesie distrattamente felici) di Giorgio Bonacini, silloge vincitrice della 5a edizione del premio "Arcipelago Itaca" e pubblicata dall'omonima casa editrice (diretta dal poeta Danilo Mandolini).

Si tratta del decimo libro di poesia di Giorgio Bonacini, redattore storico di Anterem e membro della giuria del Premio Lorenzo Montano.

Testo dopo testo si cala "..dentro i lividi innocenti / di chi vive / scrive e osserva".

In questi pochi versi una delle possibili chiavi di lettura di questa raccolta che scorre, priva di punteggiatura (e senza titoli), come il corso di un fiume che si libera di quanto non necessario.

Non ingannino la linearità e la scelta di termini che, talvolta, afferiscono alla sfera delle cose minime o che sono legati al mondo fanciullesco (frufrù, ghirigori, ninnoli, cucù, gnomi, pappardelle, fate...). I temi sono quelli di una scrittura che sviscera l'essenza delle cose, di chi consapevolmente vive e osserva, capace di introiettare il mondo esterno e che, proprio per questo, non ha bisogno di far leva su un linguaggio a effetto.

Al contrario permane il gusto per la "giocosità" della parola; più che di rime e di assonanze siamo in presenza di richiami, di rimandi disseminati all'interno del testo, echi poetici che possono sfuggire a una prima lettura ma alla ricerca dei quali è opportuno risalire la corrente dei versi.

Intriso di natura, lo sguardo attento ne coglie le assonanze e dissonanze con l'umano (Poichè non è / simile a noi / l'andamento pulito / di un coro / di insetti e di voci ....) .

E questo intersecarsi, pressoché costante, tra umano e natura, è uno dei tratti più ricorrenti della silloge. Ne è esempio la poesia seguente all'interno della quale è attraverso l'elemento acqueo che si cala nei lividi innocenti di quella dimensione di cui siamo i nessuno:

È tutto annebbiato
il colore
raffredda la mente
e si posa sul nero
che fa da profilo
al sentiero
che tutti nell'acqua
cerchiamo
e nessuno che sente
nessuno che guarda
nessuno che gira
o sa di vedere

E ancora in:

Viviamo al di qua
di nessuno
in terra orticaia....

Lo scuro inumano, la sua ...solitudine / all'interno / di un calvario minimale / o di abitudine ritornano come il respiro di ..un'onda / indisposta o reclusa che s'infrange all'interno della silloge e su di..noi / ghirigori visibili / solo tra i flutti.

Rimane sempre alta, nei testi più descrittivi, la sospensione, quasi a lasciare che sia il lettore a immaginare i momenti di vita che li hanno ispirati, è come se ci fosse concesso di intravedere appena dallo spiraglio di una fitta siepe o di una finestra presto richiusa.

Accompagnati da questo raffinato contegno, giungiamo agli ultimi testi della raccolta che sembrano velare i fondali di tempo, memoria, enigma. Il dialogo è interno, con l'altro o cosmico a seconda della prospettiva scelta nell'interpretarne i versi.

Vivo alla scoperta
di una mela
una doppiezza
così intatta che a limarla
quasi affondo
per i numeri che fanno
da cornice
al tremebondo
misurato di ogni fiore
quasi un genio
di stanchezza che per noi
lascia e divide

Una lettura destinata a lasciare il segno sulla polvere dei nostri giorni.
Recensione
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