Servizi
Contatti

Eventi


Apologhi sulle distanze in fotofinish

Cartoline

Marco, che sorpresa.

Quanti anni dal tuo e mio liceo?

Ho scorso il tuo blog/spot sempreclassicocatullo.

Sì, il confronto cartoline/selfie e foto nei social mi convince.

Ti mando il mio contributo. Un’analisi sincera: spero non troppo datata e, quindi, leggibile. Lunghina? Replicherò alle repliche, se ci saranno: ma mi sembra, sempre nei blog, che ognuno parli per sé sfuggendo confronti, con parola grossa: storicizzazione.

Ti abbraccio.

La cartolina, il filo di una gita, da un qualche luogo di vacanza, di soggiorno non lunghissimo, una immagine a smuovere fantasia (o invidia?). O forse, e inoltre, la molla per dire non solo dove si era ma dove si sarebbe voluti essere con il destinatario, dove si sarebbe voluti tornare con il ricevente o da soli: messaggi più o meno subliminali tutti da rintracciare o scoprire o da ammettere.

In quei “saluti e baci”, si fa per dire, un pizzico di snobismo non confessato, a poco prezzo per giunta, di esterofilia magari a due passi da casa, di provincialismo fuor di dubbio; un po’ di moda, obbligo sempre, un poco di narcisismo non mascherato o celato dal protagonismo semplice semplice.

Tant’è che la cartolina per la mia generazione era il primo acquisto appena scesi dal pullman, dal treno, o appena posata la valigia, ma anche appena rientrati a casa nel ritorno sostanziato di nostalgia e di piacere insieme indirizzando, questa volta, a chi avevamo conosciuto in gita o a chi ci aveva ospitati.

Punto ideale su un luogo amato, la cartolina era souvenir prima che ricordo scelto con cura, un occhio agli spiccoli: beige, bianca e nera, colorata a mano, fotocolor (faceva esotico), bordo bianco dentellato, a riquadri di vedute, formato panoramico tipo cinemascope. E con disco. Roma, Piazza Esedra, con su incisa Arrivederci Roma, cantante ed orchestra sconosciuti ma d’effetto: il massimo sul finire degli anni Cinquanta.

La cartolina come momento di sintonia reale o sotterranea o solo desiderata con qualcuno. Talvolta sbrigativa comunicazione meno compromettente della lettera: aperta e, quindi, senza segrete intenzioni o con l’intenzione segreta di spingere colui colei, che l’avrebbe ricevuta, verso l’attesa pur timorosa di un seguito più esplicito, chissà se più prezioso o più pericoloso.

Per aver incontrato tardi la televisione, i libri con riproduzioni di città, i reportages giornalistici su settimanali, potrei in più accennare, avendo la mia raccolta di cartoline vari “settori” e infinite motivazioni, ad altri passaggi e movimenti sentimentali attraverso le cartoline che conservo gelosamente: i paesaggi, le città, le cartoline d’amore, le vedute su colline non nominate, le battute pesanti sui e dai militari, le vignette salaci e tuttavia ingenue se paragonate alle odierne spiattellate coram populo così esplicite, queste, da restituire a quelle solo una ironica complicità.

E le vedute a tutto campo (panorama, in corsivo prima o dopo il nome) di località già studiate in geografia o solo sentite nominare come i palazzi ufficiali, gli angoli caratteristici, le inquadrature particolari, le opere d’arte.

E gli attori! Un incredulo Renato Salvatori “povero ma bello” come Maurizio Arena, un favoloso Marlon Brando di Fronte del Porto, Lorella De Luca, Elisabeth Taylor, Micheline Presle e Gérard Philip ne Il diavolo in corpo, e lei, la Sabrina di Audrey Hepburn, e il tenero James Dean ribelle inascoltato di Gioventù Bruciata. E Alain Delon, Rocco, abbracciato ad Annie Girardot.

Gli autori o gli editori, di Alinari si sa, risultavano essere degli artisti: Angeli, Rima, Bromostampa, Kodak, Fotocelere, Cesare Capello, Tecnograph, Fototipia Berretta, Omniafoto, Fotomero-Studio per la foto d’Arte (Urbino), ecc. Dietro l’inquadratura si “vedeva” il cavalletto, la camera oscura, la stampa.

Nostalgia o cassetto come per tanti altri oggetti? Non muoio di struggimento su queste cartoline. So soltanto che ci sono state e che – in una filigrana sottile – hanno lo stesso valore delle vedute che mi giungono, senza tempo né distanze in mezzo, via facebook o via mail. Con gli stessi sentimenti di inoltro e di ricezione? La domanda a chi vorrà renderla in risposta.

Coulisses

Marinangela e Nino. L’amore c’è.

L’amore c’era. Quanti anni fa? Ottanta o poco sopra.

Un secolo per costume.

Le colline erano loro, i sorrisi anche e i baci dietro i pagliai. E quei vestiti tirati in ogni verso per nascondere la stropicciatura. E i capelli ripettinati con le dita prima di Nino poi sue. E quelle calze ripencolate al reggicalze, di fretta per il rientro già in ritardo. Spettacolo da vivere, palcoscenico e platea, quando, tutti a cena in silenzio, arrivava di corsa un po’ rossa di emozioni e un po’ bianca per la paura del padre.

Come e perché si siano lasciati… chissà. Tutto era pronto per un’entrata di lei nella casa futura, non prima di una “squadrata” corporale (“Ha buone braccia. È bene in carne”) del futuro suocero e prove faccendiere (sugo, pasta fatta in casa, pulizia della cucina e della camera) della futura suocera.

Non andò così. Un malinteso della giovinezza? Un litigio durante una messa in mora dell’urgenza amatoria, litigio diventato la porta di una chiusura definitiva? Una sgambata dei giorni? La bizzarria tra il sorgere del sole o il tramonto della luna? Uno scapricciamento del destino, forse.

Marinangela sposa a vent’anni Rinaldo, ricco di una piccola impresa edile, un po’ avaro, secco e sbrigativo, non disposto a cambiamenti suggeriti dal corpo di Marinangela nell’amore. Il cinema la domenica, in Lambretta dal paese, ma sempre al braccio perché non mettesse i piedi in altro spazio, le occhiate in altro viso, non spostasse il sorriso su sguardi – perché lei era bella e sensuale – allupati. La pretesa, quasi, di paraocchi. Come ai cavalli. Geloso da confinarla subito ai fornelli, poco disposto a permetterle di vedere gli azzurri oltre le sue finestre. Zitta, lei, per evitare di giustificarsi ad ogni sfuriata del suo Nino.

Buono, però, Rinaldo. Non le fa mancare nulla. Compra casa in città. E, come è come non è, nascono tre figli, in scala quasi diretta. Un orso affettuoso con i figli.

Solerte con le quattro persone della sua famiglia, Marinangela, presa la patente (con il sì del marito!), dà un’occhiata ai suoceri nella casa di campagna. Torna a sera con uova, verdura fresca, a volte con un coniglio con rosmarino già in teglia da infornare, altre con una gallina per il brodo.

I figli crescono, si sposano, sono autonomi, vicini ma non proprio a due passi. I nipoti da guardare due pomeriggi alla settimana. Discorsi con la figlia, quando rientra dal suo insegnamento lontano. Il marito, un infarto, muore e lei è arrivata alla settantina.

Marinangela esce libera dalla perdita. Si mette, per così dire, in proprio. Accetta e ricambia le visite di amiche e conoscenti, il caffè dopo pranzo. Riprende il cinema. Cammina per la città senza meta né paura. Impara ramino scala quaranta pinnacolo burraco.

Va al matrimonio di un figlio della sua figlioccia. Un uomo si alza dal tavolo accanto. Le si avvicina. Nino. Tornato dalla fuga e dai viaggi di lavoro nella e dalla Capitale per il mondo.

Un lampo: pari pari torna il pregresso insoluto. Nessuna spiegazione, si ritrovano assieme. Digiuna d’amore dallagioventù, ridiventa ragazza, donna. Cielo limpido, aria fina. I medici inesistenti, per tutti e due.

Dal chiuso all’aperto di pullman a viaggiare in gruppo in Italia e in Europa, in Estremo Oriente. La anima un affetto decuplicato: lei “vede” anche per Lino che ha gli occhiali spessi come la piana del tavolo. Gli elenca certi particolari dei panorami, dà voce ai paesaggi per lui contornati di nebbia, anima il movimento delle persone, delle cose, degli alberi, dei fiumi. Dirada con le parole la sua miopia, la colora di risate. Un fuoco ancora acceso di interessi e di “calate” poetiche.

Marinangela e Nino, dietro le quinte del clamore dei famosi delle isole o dei grandi fratelli. Loro, sì, vivi come non mai e distanti dalla chiacchiera ossessiva dei talk show pomeridiani.

Proprio così. Realtà, non invenzione.

Scrivere

Spett.le Redazione della rivista “Rami”,
eccovi in allegato le mie 30 – secondo richiesta, di cui sono
onorata – righe sulla “rima in poesia oggi”. Mi auguro che
possano andare.

Cordiali saluti
S.T.

Rima oggi? Non so. Forse un suono farebbe sussultare certi grigi, sì che il testo sarebbe. Da dove originerebbe la vibratilità? “fiore-amore” (anche in metafora)?

Un soggetto fibrillato, forse, più che esploso, l’equivalente intellettuale della sensazione detta in malizia e prudenza. Uno smarrimento d’innocenza: ma l’innocenza ignora la coscienza e diviene improbabile. La rima, invece, è già oltre, ormai pronunciata. E, prima, pensabile.

L’ironia, può darsi. Il suono al superlativo per un passaggio d’imitazione, indistinto. Il gusto di un suono germinato è lì da sempre, in una disarmata (e disarmante) semplicità, da cartolajo: Maria / Margherita / Lucia.

Un gioco: scoprirlo nella veste sinuosa del fascino struggente; o in un divertimento – eterotrofo o autotrofo – per un senso dei tempi testardamente ignorato, forse non esistente, sfuggito, fuggito o solo sognato in veste di colpi di frusta finiti in vibice.

Il forzato tacere non regala sapere. Neppure il sapere costruisce trame. Il tacere scivola sulle cose, ferma dettagli ed in essi si esaurisce per un margine non perlustrato o, magari, sempre spostato. Illusione, allora, della sua assenza imbevuta proprio del suo esserci. Imbattersi, insomma, nelle parole-cose, battersi per esse.

Rima: trovarla, quindi fissarla. Rima non come giovinezza. Quella giovinezza che Albert Camus dice essere «una magnifica occasione per facili infelicità». “Fioreamore”, avendoli o annusandoli lievi, vissuti e riconosciuti al tatto tra quadrifogli. Intendo: più che per trovare certezza per certezza lasciare, lungo queste ore del duemiladiciannove.

S.T.

Gentile S.T.,
la redazione, nel ringraziarla, ritiene che la sua riflessione sulla “rima” sia, per distanza linguistico-enunciativa, improponibile ai lettori della nostra rivista. Pertanto non apparirà nel prossimo numero dedicato, appunto, alla “rima in poesia”. Ciò non esclude l’occasione di una successiva collaborazione.

Con stima,
F.C. – direttore di “Rami”

B&B “Mulo d’oro”

Sveglia. Mezzogiorno. Crepuscolo. Tre volte al giorno, il mulo del B&B “Mulo d’oro”, così chiamato per un disegno naif in giallo luminoso su una parete interna a piano terra, ex stalla certamente, restaurato dal proprietario docente di artistica, trecento metri in linea d’aria da casa mia, raglia.

L’avranno ammaestrato? Giunge, nelle mie stanze, inoltre da primavera all’autunno, il vociare di bambini che, nel largo prato attiguo al B&B, sono lì accompagnati dai genitori per un giro, immagino, sulla schiena dell’animale.

Mi viene voglia di imitarli quei bambini, memore di un mulo amore della mia infanzia in campagna dagli zii. Non era diverso da me, dicevano. Come me obbediva e non obbediva a seconda dell’umore, del momento, del  caldo, della stanchezza, del tono del comando, della simpatia o antipatia (che io non riversavo mai in falsi sorrisi e tendenziosi). Scalciava (e scalciavo) per una solitudine inspiegabile a chi non conosce gli animali (o non sapeva guardare dentro i miei sentimenti, il mio rancore fosse pure “rancore del beneficiato”).

E, poi, la maestra apostrofava sempre con il non gradevole e becero epiteto “mulo” un compagno di classe, Gian Paolo (Gipi), capelli biondo-oro finissimi e belli, così recalcitrante ad ogni ordine da superare me e il mio mulo.

Mi piaceva, Gipi. Autonomo, indipendente, subiva senza manifestare tristezza, anzi con la fronte alta dell’orgoglio, lo slargo che tutti gli facevano attorno. Solo e sempre sé stesso, si lasciava avvicinare, caricare di pesi e di intimazioni (a scuola e in famiglia) a suo estro e non altrimenti.

Soffrivo per lui e con lui. Mi piaceva per l’affetto (o la sorte), infine, che ci ha legati dal primo giorno di scuola. Bocciatura all’esame di quinta, lavoro da un falegname, licenza elementare durante i mesi obbligatori da soldato in fanteria a Bari. (Utilizzano però, mi racconterà, anche la sua perizia nel lavorare il legno. Sarà anche caporal maggiore).

Dopo i mesi di servizio, consapevole di avere un tesoro nelle mani, si mette in proprio (“un mulo, lavora come un mulo”). Il primo ad alzarsi, l’ultimo ad andare a letto. Soldini e fatica. Fatica e soldini. Compra la bottega del padrone che va in pensione, la allarga e… vi fa muli piccoli e grandi di legno, all’inizio tutti a mano poi al tornio. Anche a dondolo, in concorrenza diretta con i cavalli. (“… che stramberia, solo da un mulo come lui poteva venire questa stramberia”).

Gipi. Il mulo di legno, giocattolino e soprammobile, supera i confini del paese e arriva nelle provincie vicine. Per la prima volta fuori della nostra casa, qualche sorriso da chi lo incontra o ha a che fare con Gian Paolo.

Il mulo Gipi io l’ho sempre amato e per tutta la vita, testa liscia e non più bionda già al ritorno dal militare. Liscia come il dorso e la pancia del mulo degli zii, Gipi anche lui. Ho tenuto la contabilità e la corrispondenza della piccola ditta, forte del diploma da computista commerciale. Ci ho fatto un figlio e una figlia, di dolcezza tale da non sembrare nostri figli. Infatti solo negli sguardi complici tra di noi e nelle ore frequenti di intimità la dolcezza invadeva il sangue, le labbra, le parole e quelle mani intrecciate di tenerezza dopo l’orgasmo.

“Mulo”, penso al raglio dell’asino del B&B “Mulo d’oro”, “il mio Mulo adorato non c’è più. Prima o poi ti raggiungo. Salgo sulla tua schiena. Muovo le redini. Fammi fare un giro nel prato. Come ieri per ancora una mia ora”.

Distanze da…

Pino Verdi facebook. Stralcio firmato L.R. sulla città: mi è piaciuto. A te?

… questo tipo di città? Quel che suggeriva San Bernardo agli studenti parigini («Fuggite dall’intrigo di Babilonia, fuggite e salvate le vostre anime… Tu troverai molto più nelle foreste che nei libri.») non è un salvarsi nel senso di conquistare salute, salvezza anche psichica. L’estraneità è ancora e di nuovo una perdita di forza e una sospensione o dismissione del proprio agire, un desiderio contratto su cambiamenti prodotti da altri, che altri in ogni caso hanno messo in atto.

L’estraneità può avere la forma – il vivere è certo di ciascuno e di ciascuna – di un ritaglio tutto soggettivo nella città piena di degradi. Legittimo che si cerchi tale ritaglio.

Oppure, e contemporaneamente, l’estraneità può farsi attiva e soggetto attivo con altri, per una città mia, nostra.

Come incontrare questi altri, altri anche rispetto alla città invivibile, disperante e disperata? Può essere costruito andando a individuare i capisaldi, le basi, le probabili vie, nel desiderio condiviso di qualche cosa d’altro rispetto all’offerta che rende non individui ma merce. Come costruirlo questo luogo d’incontro?

Partendo dal chiederci che cosa vogliamo e come vogliamo che il desiderio-volontà abiti con noi la città e con quali contenuti. Quali contenuti? Alcuni immediati: l’armonia, non il fracasso e l’orrore urbanistico; il ritmo naturale e corporale, non l’accelerazione; il verde e i parchi, non l’inquinamento; la scuola spalancata, non chiusa; la creazione di lavori; il lavoro che non consuma; il denaro come mezzo, non come fine; l’indagine, la scoperta, l’attuazione dell’inusuale, non l’incontro nell’indistinto e fumoso dell’anonimato che termina nel niente; l’incisione nell’escrescenza del consumismo.

Contenuti per un luogo, una polis che, mentre viene costruita da noi, perde la sua mostruosità e si fa appunto mia, nostra. «La storia costruita dall’uomo – scrive Luce Irigaray – assomiglia alla storia di una duratura violenza, di una appropriazione, di una dominazione, e non di un fare di più riguardo a ciò che è».

Nuova città, nuova società.

Nuova politica.

Mario Rossi (facebook): “Grazie di aver condiviso questo pensiero. In internet ho visto che è stato scritto venti anni fa. Si sente. Non mi coinvolge.”

Congiunzione creaturale

Sono stato un tempo fanciullo e fanciulla, / arbusto e uccello e muto pesce del mare (Empedocle, Fr. 117). Esiste la sensazione suscitata dal frammento di pensiero del filosofo agrigentino-greco, ma è così distante da essere improponibile alla pronuncia e improbabile al suo riverificarsi.

Eppure mulina nella testa e nel cuore a colmare vuoti, a dare fessure al mattino, a lasciare nelle parole uno spiraglio di parole nuove.

Vite senza fine o vite che trova un suo spazio?

Non so se la congiunzione creaturale, negli anni luce della chiarità pre-coscienza, sia esistita, ma se può essere stata, se può avere avuto la sua forma, un dio può ridarcela almeno a volte, almeno a piccoli sorsi? E se non è esistita può un dio concederci, ogni tanto, di almeno assaggiarla o assaporarla?

° ° °

Maria Lenti, poetessa, narratrice, saggista, giornalista, è nata e vive a Urbino. Saggi, recensioni, interventi critici si trovano in volumi collettanei, in riviste e su quotidiani a cui collabora da decenni. Con Fara ha recentemente pubblicato: Quadri per una (s) (ri) composizione in Dove sta andando il mio italiano? (2014), Metamorfosi di un mito in poesia ne Il tempo del padre (2015), Andata e ritorno in Preghiera (e… (2016), Perdono, dono per sé in Perdono dal rancore al ricordo (2017).

In Effetto giorno (2012) ha raccolto gli scritti di tenore culturale e politico; in Cartografie neodialettali (2014) gli scritti su poeti neodialettali di Romagna e d’altri luoghi. Ha pubblicato poesie: Un altro tempo (1972), Albero e foglia (1982), Sinopia per appunti (1997, 2° al premio Alpi Apuane), Versi alfabetici (2004), Il gatto nell’armadio (in FaraPoesia, 2005), Cambio di luci (2009, finalista al premio Pascoli), Ai piedi del faro (2016); racconti: Passi variati (2003), Due ritmi una voce (2006), Giardini d’aria (2011); gli studi Amore del Cinema e della Resistenza (2009), In vino levitas. Poeti latini e vino (2014), Certe piccole lune (Fara 2017, 3a al concorso Narrabilando; l’antologia di poeti italiani contemporanei Dentro il mutamento (2011). Nel 2006 ha vinto lo Zirè d’oro (L’Aquila). Ha curato, con Gualtiero De Santi e Roberto Rossini, il volume Perché Pasolini (1978).

Materiale
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza