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Attraverso il presente di Remo Pagnanelli, un tempo fissità

Nei suoi versi Remo Pagnanelli inchioda e incantona il tempo e l’esistere sul presente indicativo: l’atto si colloca nel momento del suo stesso prodursi, nell’ “adesso”, con tutto il senso del non-passato e del non-futuro insito in tale tempo a-temporale e perciò sempre vero o sempre falso come in un’enunciazione apofantica. Il presente si rende supporto e veicolo di una non remissione delle situazioni e delle cose. E non si tratta di presente storico con la proiezione del passato nell’oggi e della sua conseguenzialità magari sottesa.

L’assenza di futuri avvalora forse questa ipotesi, sostenuta peraltro dal senso di stasi, lo scivolamento di quest’ultimo nella fluidità materica in cui scompare il soggetto.

I tempi passati, sparsi qua e là, sono connotati al negativo o su un “non riuscito”, un tentativo mancato, su una sconfitta, una frustrazione, un sentimento di consapevole incapacità. Spesso sono accompagnati o rafforzati da una particella o da un pronome negativi (non, mai, nessuno) o da una congiunzione restrittiva (senza), o sono affiancati da un nome o da un aggettivo, un attributo participiale di contrasto. L’imperfetto, con molta determinazione, non restituisce consolazioni o il “non più” da rifugio. Il participio passato aggettivato, molto diffuso, rilascia lacerazione, un’aggressione subìta (perché inferta senza risparmi e proditoriamente), dolore infine. [In questo mio testo le raccolte poetiche saranno indicate così: Dopo = D; Atelier d’inverno = AI; Preparativi per la villeggiatura = PV; Epigrammi dell’inconsistenza = EI.]

Lontana la curva della quotidianità tout court del riferimento immediato e banale, il presente domina incontrastato, astratto. Non si sperde né indugia nei dettagli.

Il presente, si sa, è un tempo fisso. Il presente di Remo Pagnanelli si distende sempre uguale a se stesso nella sua brevità semantica e nella temuta imperturbabilità del proprio esistere senza appigli, in cui pure la memoria nel poco del suo esserci fa da supporto al confermarsi di un invivibile presente, in cui la ferialità è data come fine a se stessa, in cui il futuro assume l’indistinzione materiale-immateriale dell’acqua anche nelle sue varianti di nebbia, ghiaccio, o dell’alba con le sue insondabili uscite.

Il valore (disvalore) del presente risiede in un provvisorio privo di radici e privo di aperture che non siano di galleggiamento informe. Un presente ossessivo, sentito come assorbente e catturante, mortifero, deleterio perfino nel passato. Di cui conosce e sa l’inconsistenza, l’impossibilità di utilizzarne i canali ed i gradini per il presente e per il futuro; sa la sua «illecita estate» (AI, p. 78); sa le vibrazioni della fugacità, lo schianto che ne deriva o il suo finire nel niente della fluidità, la quale raccoglie forse senza accogliere, in ogni caso togliendo forma.

Ecco il senso di sospensione, l’ansia del probabile sballottamento, l’angoscia della atemporalità: la tragicità di Kronos si colloca nella stretta fessura tra i due volti bifronti.

Il soggetto della poesia di Remo Pagnanelli è situato in un’ «aria sanza tempo tinta»: ma, più che a un limbo, l’individualità, privata di radici e di proiezione se non di progetto, rimanda alla chiarezza della oscurità e del buio.

Come si è dato, come si è prodotto questo status? L’uscita dall’infanzia-adolescenza, in termini poetico-esistenziali, è stata prefigurata – almeno in un archetipo vivo nella letteratura contemporanea italiana – da Leopardi, antecedente sottaciuto nei versi di Pagnanelli: non vi trae, infatti, né il risarcimento della rimembranza né la solidale consistenza umana della ginestra. L’uscita dallo stato idillico è una fine a termine..

L’uscita può sfociare, molto dopo, in un’esperienza analitica individuale. Psicoanalisi e analisi del profondo , almeno nelle teorie dei suoi padri fondatori (Freud e Jung), con un passaggio evidente su Lacan e sulla reverie di Bachelard, sono tutt’altro che estranee al nostro autore e risultano negli scritti critici. In più l’arbor vitae junghiano è nominato in due poesie: ma se in Jung l’arbor vitae è, oltre che conclusione di uno status, simbolo della conoscenza per un inizio di un sé autonomo, in Pagnanelli esso resta bloccato alla praticabilità dolorosa, alla scoperta che ha dannato l’uomo, alla fine della innocenza.

Buio, dunque, per aver perso – senza nemmeno poterlo più nominare se non nel suo residuo – un passato; dolore, per sentire il non potersi riconoscere, il non poter al fine rinascere nel dopo di questo presente. Resta il dirsi senza illusioni, nell’alba di una pura inconsistenza. Il presente di Remo Pagnanelli è un presente di durezza, le cui scaglie si rinsaldano in presenti – mutatis mutandis della giornata – uguali a se stessi.

Un presente a-temporale, s’è detto. Ma a-storico? Non collocabile in un tempo definito? Nelle poesie non vi sono riferimenti alla cronaca, alla storia, a fatti socio-politici, a dinamiche in atta o mentre essi vivono. Pertanto gli agganci possono apparire grumo, poetico e colto, di astrazioni dal vissuto, dal quotidiano involtolato in conoscenze culturali e riflessioni, grumo-contenitore di infelicità private, esistenziali, di tristezze prosciugate dopo l’adolescenza, di un io che non si accorda né con il sé né con il fuori di sé, di ansie e angosce più o meno chiarificate, imbiancate e offerte al proprio se stesso.

Offerte: come è dei poeti, di coloro cioè che mettono a disposizione la propria profondità per una immersione nell’intorno, nel suo senso, o per un’altra soglia rispetto all’irrequietezza personale, sia essasintomo della fine dell’infanzia o dell’innocenza, o della noia della vita di provincia, o sintomo del disagio dell’individuo nel mondo, ecc. Nella cui genesi e nel cui punctum non mi pare, tuttavia, possa esserci ogni giustificazione poetica. Tra l’uno (disagio o quant’altro) e l’altra (poesia) fa da schermo e da setaccio, da filtro, la lingua, il labor poetico.

Allora, quel presente indicativo ossessivamente ripetuto, si fa sentinella ai altro, fisso come lampada, immoto, immobile, benché mutante in apparenza, come quadri alla parete.

Quadri-simbolo, come:

mi si affollano intorno per darmi conforto.
Ma nulla possono col loro affannoso perorare,
quando tutti vedono che stanno fermi e addormentati,
non divorano più le offerte e zitti ributtano
qualsiasi voto.
                                                (AI, p. 31).

Quadri-metafora, come:

il generale Inverno ti prepara guadi e foreste
impenetrabili (per farti giocare pericolosamente),
ma, amore, ho un latte per scioglierti i capelli
                                                (AI, p. 78).

Quadri-desiderio, come:

celesti acque in cui riposare.
Vi si piegano i giunchi in corsa estenuati.
                                                (AI, p. 83).

Icone di dolore, come:

un dio si getta continuamente su noi.
     Per questo piangi e non dormi la notte,
     vedi i campi da ordinati vetri botanici
     sfigurarsi, il grano cambiato in scuro tabacco,
     sabbie alzate a dossi per coprire l’azzurro
tenerissimo.
                                                (AI, p. 103).

una mattina presto noi lasciamo il prato all’inglese
rinfrescato dalle lacrime delle ville.
Tendoni e carri si muovono lentamente.
Lentamente andiamo verso il litorale.
                                                (PV, p. 91).

Quadri-specchio, come:

in questa fase dell’anno tutto sanguina.
     Il fiume sfinendosi non s’inazzurra più,
     lo percorre un alito di schegge cenere
     che espelle gli ori del tramonto
                                                (PV, p. 51).

Ogni verso “incardina” una situazione, un aspetto del vivere diversamente materico, anche in figurazioni surrealistiche:

Si prepara un divertente Natale.
     Sotto le fronde lustre verdeggianti
     Si accumuleranno ghirlande di fiale
     – odontalgiche e peggio – per la gioia
     dei bambini adulterati.
                                                (EI, p. 41).

2. Può avere, quel presente, utilizzato da Remo Pagnanelli fin dal nascere della sua poesia, un valore esterno al proprio sé, un valore di giudizio sul fuori di sé mai nominato?

Remo Pagnanelli scrive dal 1975 al 1987: dodici anni pieni di soprassalti politici e sociali, di cambiamenti per quanto inavvertibili, avvertiti e sofferti da chi li viveva, di instabilità, di prosopopee, di superficialità nell’analisi della realtà sia passata sia in corso di svolgimento, di rifiuti della tradizione o di abbarbicamenti ad essa, di eventi ed avventure culturali in bilico tra l’effimero e la durata non appagante, tra lo scherzo e l’imprendibile serietà, tra la concrezione rococò di “nuove” forme culturali e il disfacimento, provocato e conclamato, dei lasciti e delle forme consolidate, di spiazzamenti finanziari e difficoltà economiche e sociali, di facili entusiasmi per qualche cosa che era e avrebbe potuto, poteva, anzi doveva continuare ad essere e prefigurazioni allarmanti di un futuro rovinoso, di analisi lucide del vivere non si sapeva più bene su quali fondamenti, su quali rifiuti, su quali differenti possibilità e incontri esistenziali, di leadership rampanti, di intellettualità meno ascoltata o denegata, insomma di una “mutazione antropologica” che riguardava molti settori della vita politica e culturale.

Un presente, con tutte le varianti del caso e degli anni e della cronaca, a cui venivano recise le radici sia nella pratica giornaliera, sia nelle modalità etiche e di costume, sia nella comunicazione del fare e dell’agire, politico e sociale, che spesso e più convulsamente i «sociologi» di turno passavano al setaccio delle loro analisi e delle loro riflessioni, avallando mediaticamente cambiamenti e prefigurando anche <<magnifiche sorti e progressive>>.

Insieme, drammaticamente, veniva levato terreno al senso di un futuro. Un continuo soprassedere alle ragioni profonde dell’esistente per, invece, dare spazio solo al dato evidente, allìè così e non può essere diversamente se si vuole la felicità.

Un presente sempre uguale a se stesso (nella sua essenza e nella assenza di prospettive), non mutante. Proprio questa sua non metamorfosi, nella superficiale mutevolezza, mutava e macerava probabilità altre e oltranze di pensiero.

La rilettura a posteriori della poesia, per esempio, pubblicata in quel decennio, dei nuovi poeti, delle antologie, è allarmata nell’insistere del transitorio e della variabilità del quotidiano, delle attenzioni subito distorte dall’accaduto, della creazione di eventi ma non di possibili e durevoli, almeno fino a comprenderne i perché, forme altre di società, di pensiero, di cultura, di relazioni, di politica, di valori.

Di questa scatola – espiantata dei suoi sostegni e messa al centro di un rivolgimento impossibile – il presente di Remo Pagnanelli può indicare, forse, la esacerbata immutabilità del suo fondo, la invarianza del fondale. Che si sovrappone alla fissità della condizione di tutti noi nati, di sempre, sui quali il poeta di Macerata ha certamente riflettuto e scritto scrivendo di poeti e scrittori del suo novecento, affrontati con un taglio critico che fa supporre, quando non siano chiaramente indicate, molte, diverse, diffuse letture di saggisti (non solo di letteratura) e pensatori, un taglio che restituisce il suo muovere irrequieto dentro queste letture e queste riflessioni a cercarvi una risposta, la risposta al suo e nostro presente.

Risposta non giunta, non trovata.

Uno studio comparato dei suoi scritti critici e delle sue poesie, magari lo studio delle carte, la visura degli inediti, dei titoli della biblioteca di Pagnanelli, potrà aprire altri spiragli sul suo presente poetico, un tempo-fissità.

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