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Bestiario dell’istante - Poesias in duas limbas

Il titolo sembra subito sciogliersi nelle due sezioni del libro: “L’Aperto” e “L’Angusto”. Che cosa di più aperto degli animali (Bestiario) e che cosa di più angusto del tempo (istante)? Gli animali hanno la loro vita e le loro ragioni a noi sconosciute o da noi solo supposte ma senza conferma. Il tempo rilascia l’angustia nella sua brevità e nella sua intraprendente indipendenza da ogni volontà o desiderio umano.

Maria Grazia Cabras (nelle sue corde anche il suono del neogreco e al suo attivo pubblicazioni diverse: Viaggio sentimentale tra Grecia e Italia, 2004, Erranza consumata, 2007, Canto a soprano 2010, Bambine meridiane 2014, ecc.) ci consegna in Bestiario dell’istante poesie in dialetto nuorese per la bellezza delle bestiole, in italiano per l’istante rapinoso in cui ha la sua parte un contesto mordace, accennato ma riconoscibile, dipanando la libertà (animale) e il suo contrario (tutto per noi bipedi).

Gallo, lucciole, lucertola, capra, agnellina, balestruccio, cormorano, pipistrello, ape, …, non sanno il loro andare e la fine, l’essenza e i perché. Catturanti per questo. Misteriosi. Nascita, morte, la loro strada, evocate (o rievocate), senza frapporre pause tra una parola e l’altra quasi urgente sia il sapere chi siano, in dialetto nuorese. ...E la capra ha denti d’oro e il gatto è volante, e le cicale ballano in tondo: «Crapa dentes de oro / Muttidura greve / chie ses? rispondet una cara / una musa? - Capra dai denti d’oro chi sei? Greve richiamo / risponde un volto (una musa?)»; «Chíchelas in ballu tundu - Chistionande: / at a èssere secacoro / at a èssere galabera / at a èssere sapiènzia? - Cicale in ballo tondo- Questionando: / sarà strazio / sarà gaudio / sarà sapienza? -».

Nessun respiro neppure nelle poesie in italiano. Il tempo, l’istante che brucia il tempo stesso e chi lo vive, non consentono soste: non al rematore, non al malato, non al piagato, non alla foglia che cade: «Come rematori di galere / nell’arca del bisogno rovinosa / rematori di galere / stipate piaghe nelle stive // Nel piattomondo / malato di non-cibo / la plètora / nel cucchiaio fame rappresa»; «Scorie di conflitti / vanno a capo / e sempre si rigenerano / ci scovano / su quale limitare / affiorano e / ancora / ancora premono?». Non consentono aperture i conflitti, la “rigenerazione” come per superfetazione di sopraffazioni e sfruttamenti, sì che la condizione appare immutabile nella sua mutabilità apparente.

Da un lato la libertà inspiegabile e da vivere in assenza, solo in contemplazione e nel desiderio irrealizzabile di emulazione, dall’altra parte – questa che viviamo – la coercizione nella coazione a ripetere. Ma perché? Nessuna risposta né a medicamento di uno “stare” né a credito di una possibilità: «Rovescia illusioni / la linea del giardino / è fune fatica / appello spiaggiato». E, quando pure Cabras nomina Alice, è per fermarla sulla soglia del suo giocare alla rincorsa di nuove scoperte a pro della conoscenza. I molteplici mondi (per dove da dove?) e le impensate marine che salgono non sono altro che implosione di orienti.

Che cosa resta? Forse l’incanto del primigenio (la capra dai denti d’oro: è una razza dalla dentatura dorata; la danza popolare; la biscia che medita; la perla che splende, il volo dei fenicotteri, l’astore in pieno sole, …) vissuto (o imparato). Quel vissuto che ha nutrito e nutre, anche solo per istanti da afferrare nel balenìo del ricordo, la vita della poeta. È tanto? Poco? Nessuna risposta. Ècosì. E basta.

Recensione
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