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Cinque sussulti e un congedo

2000

Sto aspettando a cena Luisa.

Ci siamo incontrate sul tram, trent’anni e più dall’università. Lineamenti immutati; mèches sul bianco dei capelli (tuttora corti i miei; i suoi, allora lunghi sulle spalle, ora raccolti sulla nuca con un fermaglio); non drammatici i miei chili; silhouette, lei. Un caffè al primo bar. Poche parole sulla gioventù e aggiornamento esistenziale: entrambe divorziate; una figlia sposata a T., Luisa abita con la sorella Elena; io, un figlio tour operator, giramondo; tutte e due single ma con un compagnuccio con appartamento di suo; insegnante, io; biologa in un laboratorio privato, lei. Scambio di indirizzi. Alcune telefonate e, prima di una pizza a quattro, abbiamo voluto ritrovarci noi, senza uomini (Aldo e Valerio), nella mia casa da ragazza.

I ritorni – ci siamo dette – non sono, alla fin fine, più temibili di new entries. Eppure sono un po’ in ansia. Non in isolamento, ma solitaria non volendo affidarmi troppo a Valerio ed essendo mio figlio Davide autonomo, sono sempre circospetta: gli ospiti mi obbligano a un “più”: quali cibi dovendo salvaguardare linea, colesterolo e pressione? musica o no, non amando la tv? solo discorsi? (Fossero piacevoli tra psicologismi, figli, malattie, ingorghi del traffico e gli spostamenti dal sé, strizzato come panno bagnato, al terzomondismo dei mezzi pubblici, alle onde rosse dei semafori, le precedenze sottratte…) Inoltre, io, che mi sveglio alle sei e trenta, alle undici di notte in casa crollo.

Luisa sale a piedi fino al mio piano, il quarto. Dispiega vantaggi e rinascite del fare le scale: polmoni, piedi e polpacci, circolazione e cellulite, pancia e intestino. E il seno, alla nostra età… Il seno? Che c’entra il seno con il movimento? Mah. Sì, anch’io faccio le scale, in discesa. …Non è la stessa cosa. (Ohilà, rifletto, i battibecchi. Sto zitta: la controversia potrebbe durare all’infinito. Luisa, se ricordo bene, è – certo con spirito – un torrente di montagna.) La sorella Elena, fisioterapista, ha usato l’ascensore, però conferma con un cenno del capo, mentre mi dà un mazzo di fiori…

…dal gambo lungo. Non ho un vaso adatto. (I miei fiori del sabato, al mercato rionale, sono le margherite colorate.) Mi sono sempre ripromessa di comprarlo, un vaso per gigli e gladioli, gerbere e garofani e per le rose di Valerio (il quale sa perfettamente che non ho il vaso adatto) per il compleanno e l’onomastico e per l’anniversario del nostro incontro, avvenuto un anno fa durante uno sciopero della scuola – il primo che ha spezzato un lungo immobilismo –.

Ad averla, la pentola suggerita da Luisa. Al massimo siamo in due, tre, a tavola. Per eventuali “terzi”, preparo cibili che non richiedano grandi apparati.

«Ma come vivi? A me, in cucina, serve più che l’indispensabile» si scandalizza lei che, meditabonda, prosegue: «…il brodo, le bietole, gli spaghetti grossi… E se hai gente?» Sussulto: ah, la gente e il mio romitaggio.

Siamo a gennaio. Passato di verdure e crostini. Quindi, cedimento nostalgico – le gite fuori porta con Nino e Gerardo degli anni del liceo –, affettato casereccio, del paese di Valerio, N., dove i genitori fermano (per loro e per il citto. Quest’anno anche per me) dal macellaio salumi quasi “di una volta”; spinaci filanti; lattuga all’olio e limone; pane; pizza al rosmarino; dolce; mele, arance, kiwi; vino rosso e bianco; minerale liscia e frizzante. Potrà andare?

Andrà? Elena mi prega di non offendermi, ma lei è a regime: «Però sulla tua minestra, una novità per me, esprimo un desiderio». Luisa ha dato un’occhiata circolare, buona direi, ma, se i gesti, lentissimi, hanno rispondenze interiori, s’è servita con una parsimonia sospetta. Non ha appetito, è a dieta, non le piace nulla di quel che è in tavola? O lo stop sul cibo è dovuto alle domande e alle risposte sgocciolate da sola e velocemente?

Non mangia e non dialoga. “Come m’è venuto in mente di invitarla?” Me la prendo con me stessa per l’abitudine – mania o indifferenza o sadomasochismo – di tessermi i miei pensieri lasciandoli dire, gli altri, se il discorso non mi interessa. Allora – contrazione dei muscoli sul mio viso –: egoismo per egoismo?

La pasticceria sotto casa, che non mi ha posto mai problemi, ne pone ad entrambe. Gli zuccheri raffinati: da bandire! Lo zucchero, di canna. E nemmeno un limoncello (troppo di moda|) o un digestivo. «Solo i centerbe dei frati. Caffè, tè: di sera mai. Una tisana, ecco.».

La moda delle tisane! Non ho un’erba una, per casa. Alla mia amica, che di quelle bevande esalta la bontà che si espande fin nelle fibre più nascoste di un corpo stressato dalla fatica o da un surplus psicologico; che sceglie le sillabe per dire, di quel corpo, il senso di benessere sorseggiato da una tazza davanti al camino o in poltrona, fa eco Elena: decotti, infusi, erbe macerate – felicità che pochi vivono – sono cure naturali, depurative, sedative, rinfrescanti, tonificanti, corroboranti, riabilitative, conservative, ecc.

Ho l’orzo. Solubile!?! Vada per l’orzo solubile.

Riempio il bricchetto d’acqua e lo metto sul gas. Verso l’orzo nelle tazzine. Vado a richiudere il barattolo ma il coperchio di plastica trasparente è sparito.

Concentrata, come a scuola, occhiali al loro posto, Luisa si mette a cercare: ripiano della cucina, mobiletto da dove ho tratto l’orzo, scomparto delle pentole, pensile dello zucchero e del caffè, scolapiatti… Sono stravolta dal fervore meticoloso con cui perlustra e ispeziona mobili e ripiani, perfino il frigorifero, pulendosi infine le mani con un fazzolettino di carta. (La polvere, forse. O la sua modalità di lavoro?) La osservo, divertita e allibita.

…che voglia setacciare anche il bagno, le camere e il ripostiglio, dove, suscettibile alle persone mai viste e mai odorate, sonnecchia Cirillo, il cane di Davide, con un occhio alla porta socchiusa?

L’orzo versato nelle tazze distoglie e richiama Luisa, mentre trema la mia mano sussulta sul cucchiaino. Che cosa è successo alla mia memoria ferrea? …vinta da un coperchio…l’età rivelata a se stessa.

«La Violetta» esclama Luisa uscendo dal bagno, «usi la Violetta?! Ma ti sei ammattita!» Profumo ben d’antan. Anni trenta, quaranta. Anni cinquanta. Le nostre nonne o le mamme e non tutte. La sua, no. Al paese, in campagna, forse.

Pur a portata di mano tra trucchi e creme sulla mensola dello specchio, la Violetta non è il mio profumo. Mi è stata regalata – un regalo riciclato, ho supposto maligna – da Clelia («l’atleta. La ricordi?») un giorno di nessuna festa. La tengo lì perché Clelia, che aveva ripetuto trattarsi di uno scherzo, veda il tappo sigillato e rammenti il mio disappunto.

Ha captato, Luisa, il “passaggio” che dà conto della Violetta? Non ci giurerei. Sorride, infatti. Arrossisco, come se stessi giustificando macchie rivelate dal suo microscopio. Il mio rossore è, per lei, una rivelazione? Di che? Dei cambiamenti e…del fatto che io, anticonformista della bell’ora (Davide, voluto anche da Almerico, suo padre e mio innamorato, “per stare più insieme”, è nato nel 1966, sotto esami di maturità e prima che mi sposassi), sia diventata una signora d’antan? Mi vede d’antan? Sussulto: d’antan, quanto?

Lasciato nel mistero il coperchio, superata la Violetta – una pausa: io, dai pensamenti; lei, dai suoi vetrini – siamo sul divano.

Le undici sono scoccate da un pezzo. Una mia considerazione sulle biotecnologie e sulla ricerca connessa ha gettato Luisa a capofitto e in antagonismo sulle premonizionie sulle astrologie: «…scientifiche, con un principio scientifico. Sai l’antichità, il medioevo ma anche il rinascimento. Oggi, è giusto riconsiderare le emergenze e… C’è chi ha poteri particolari. In America…»

No, no, ribatto. I sogni premonitori, sì,… i desideri realizzati su un già vissuto in realtà mai vissuto… Il resto, i presagi, le sensitività, sono una presa in giro, un voler dare, nell’oggi provvisorio e destoricizzato, certezze, ma terribili perché stranianti, a chi non ne ha. Un affare, in più: «Hai letto di santoni, di maghi finiti in galera o in fuga?»

Assonnata e riluttante alla sua credulità (o a ciò che lei allunga come tale, a volte per stupire), esausta per gli assiomi non condivisi (ma che vanno per la maggiore – anche i ragazzi bevono a garganella sciocchezze vendute come cultura d’oggi e ne riferiscono a scuola –), non esito a pizzicarla: «Pura irrazionalità. Che c’entra con la scientificità delle tue molecole?»

Smuovere Luisa? Un’impresa. Come chiedere a me di rivedere le mie cconvinzioni, di non controbattere, di cambiare discorso: testarda nel difendere le mie idee, mi fiondo su di esse e mi tendo – corda di violino o molla appuntita – pronta a colpire le difese altrui delle proprie idee.

…reso per dato, più o meno volontariamente?

La tensione mi tiene sveglia. Avverto però la mia incapacità a virare su altro e mi pesa la noia di quel parlare verticale, nel senso che ciascuna – Elena sta scorrendo libri e dischi sugli scaffali – alza pareti sempre più alte, sostenute da letture pregresse, film, episodi orecchiati alla tv, esempi da giornali, l’esperienza di Tizio, di Caia, le testimonianze di Sempronio e i «nostri nonni, sai,…»

Mezzanotte e oltre. Sono distrutta. Ho l’impressione che si finisca in un fuori-orario, come al liceo quando – “il tempo degli orologi perso tra le siepi”, il nostro motto estrapolato da una poesiola scritta a tre mani – volevamo spuntare l’ultima parola. Lei, io e Donata, Federica, Arialda eravamo famose per questo e per questo circuite da Nino, Gerardo, Antonio. E da Siro che, in ascolto prima, ci smontava poi sarcastico lasciandoci di sasso lì dove eravamo in quel momento. (Qual era la sentenza di Siro, trasferiti piani e significati? Ah, sì: “Castigat ridendo mores”.)

Formicolio alle gambe. Sto cercando il modo per dare un taglio, ma…Cirillo si presenta in punta di zampe ai nostri piedi.

Caro Cirillo. Muso proteso verso la mia amica abbaia a denti serrati. (I miei borbottii con Davide erano simili: ribollenti in gola, per via delle voci che volavano nei forati tra il nostro appartamento e i contigui.). Quell’abbaiare, per chi non l’ha mai udito, è un ringhiare. Elena si volta. Luisa si ritrae sullo schienale, impaurita: «Parlavo troppo forte. E’ tardi?» Guarda l’orologio. Ho la sensazione che lei e la sorella abbiano, anche loro, un bel da fare per riempire tutte le nottate. «No» rispondo. E sono sincera.

Come nel saluto e nell’abbraccio sopra la testa di Cirillo, vigile alle nostre caviglie e a polmoni ancora pieni. Saluto e abbraccio che hanno il tenore di un reincontro sicuro, …magari non proprio di domani o di dopodomani.

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