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Dalla naftalina alla luna

Libro singolare questo di Rita Vitali Rosati, artista con sfaccettature acute e di spinta: pittrice, fotografa, performer, presente con installazioni in diverse città. E scrittrice: con una lingua che inchioda il pensiero sulla realtà attuale, artistica e culturale, sulla sua superficie massmediale e di quella più conformata all’esistente, e, poi, lo fa volare oltre alla ricerca di altro, di luoghi e spazi in cui l’arte (in quanto tale) e la poesia, la letteratura, il cinema abbiano un terreno vivo di semina e di coltura.

Milanese di origine, marchigiana (vive a Fabriano) di adozione, in contatto e in relazione con chi opera e agisce nei suoi campi di indagine e di approfondimento, Rita Vitali Rosati ha chiesto ad artisti, galleristi, critici d’arte, poeti, uomini e donne, la loro voce su aspetti, questioni, problemi i più diversi, di tutti o di ciascuno e l’ha riportata, insieme alle fotografie degli intervistati, in questo ricco Dalla naftalina alla luna.

«Un libro unico e “allegro” – scrive il poeta e critico Guido Garufi nella bandella – ed è anche uno “strumento” che meglio aiuta a comprendere l’attualità, non tanto e solo dell’arte, è ovvio, quanto a richiamarci. A salutarci. Siamo davanti ad una inchiesta. Quelle voci convocate da Rita Vitali Rosati sono un regalo, richiedono l’umile e affettuoso ascolto che è poi la finalità interna dell’atto estetico, della poesia più in generale».

L’autrice avvia l’interlocuzione e si mette in ascolto dei suoi simili. Avendoli chiamati, li fa protagonisti in quanto agonisti e soggetti della loro sperimentazione e di una parte basilare, importante, della loro stessa vita. Perché, volente o nolente, chi scrive, chi dipinge, chi si occupa di mediazione tra l’artista e il pubblico (il critico, il gallerista), affida alla creatività le sue illusioni, i desideri, il fulcro (causale o finalistico) del proprio lavoro.

L’immersione di Rita Vitali Rosati e dei suoi sodali offre un panorama variegato di opinioni e di posizioni che risalgono dalla liquidità (Baumann mi presta la parola), dal senso di straniamento dovuto proprio ai tempi vissuti, dal rifiuto, anche ironico, di dirsi apertis verbis alla capacità di diradare il buio e porsi su un gradino di attesa o su una spalla di ponte per… O, semplicemente, sulla constatazione di una solitudine, necessaria, cercata, di finzione (Pessoa insegna) e di lavoro che non finisce e non muore, determinato, indeterminato, incanalato, libero, filtrato dal fruitore, assimilato alla esistenza di chi ne viene a contatto.

Se poi questo lavoro correrà nei gangli del sociale sarà, ancora una volta, la storicità a verificarlo. Saranno il tempo e lo spazio riassorbiti dal disastro vissuto nell’oggi. Di più sarà la necessità di uscire «concettualmente, dal sogno dell’industria culturale, o confrontarsi con l’altro da sé dopo una lunga militanza nel sogno dell’immaginario artistico e sociale», così uno stralcio dal saggio di Gabriele Perretta. Uno scritto problematico e incisivo, aperto e interrogante, non a caso posto in chiusura di Dalla naftalina alla luna. In chiusura, ma riaprendo interrogativi quesiti domande perplessità dubbi sulle conoscenze e lo stato di esse.

Recensione
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