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Donne di parole. Venti poete messicane

Emilio Coco ha tradotto in italiano poeti spagnoli e poeti latinoamericani, di diversa nazionalità. Per converso ha tradotto in spagnolo molti autori italiani, quelli meno di grido ma grandi nel panorama del Novecento.

L’ultima sua pubblicazione contiene poesie di venti donne del Messico: «alcune segnate dal crisma dell’ufficialità critica ed esigente (…Sor Juana Inés de la Cruz o Rosario Castellanos) e altre che si sono messe in luce con una varia validità di risultati, ma comunque sempre con un loro peso» (Dalla Introduzione dell’autore). E sono: Elsa Cross, Jeannette L. Clariond, Coral Bracho, Myriam Moscona, Verónica Volkow, Lucia Rivadeneyra, Minerva Margarita Villareal, María Dolores Guadarrama, Marianne Toussiant, Carmen Villoro, Leticia Herrera, María Baranda, Dana Gelinas, Mariana Bernárdez, Leticia Luna, Enza Verduchi, Natalia Toledo, Briceida Cuevas. «Non ce ne sono due uguali fra loro, ma nemmeno così diverse da non poter stare insieme in una stessa scelta. Diverse ma complementari, simili ma varie, che non possono e non sanno prescindere dalle concrete motivazioni della propria esistenza e del proprio terreno destino di donne in cui viva e trepidante è la radice della femminilità» (Coco).

A parte Suor Juana Inés de La Cruz (1648-1695) e Rosario Castellanos (1925-1974), le altre hanno la loro affermazione poetica nella seconda metà del Novecento e in questi due decenni del Duemila. Note nel loro Paese, con diverse pubblicazioni all’attivo, conosciute anche in Paesi Europei, hanno inoltre incarichi culturali pubblici nelle loro città o a livello nazionale, la qual cosa sta a significare l’energia della loro poesia non solo sulla pagina, e una presenza non silenziosa né silenziata.

La poesia di queste venti autrici parte dal loro corpo e dalla propria esperienza, dall’avvertire il succo del proprio essere in un assieme con la vivencia, diversamente vissuta e-o diversamente sottratta alle imposizioni, con la vita insomma non accettata come destino ma come scelta soggettiva o come scelta altrui da rimuovere, mutare, azzerare per una vita che le abiti e in cui abitare.

Di Suor Juana de La Cruz è nota la difesa della donna di fronte al potere spagnolo ormai costituitosi in Messico. Rosario Castellanos ha difeso per tutta la vita la donna e la sua libertà: «Resterò al tuo fianco, / amica, / parlando con la terra / tutto il giorno». Entrambe sono conosciute in Italia.

Mi soffermo sulle contemporanee, viventi, estrapolando alcuni versi solo ad emblema: «Tremo, / cerco di sostenermi.» (Jeannette L. Clariond); «ricordai mille cose / che devo dirti» (Elsa Cross); «teniamo sempre presenti i nostri morti, / quelli che non faranno le stesse domande, forse / perché non dovremo dare le stesse risposte.» (Enzia Verduchi); «Mi piace la libertà» (Verónica Volkow); «non la poesia / ma l’anima che c’è dietro» (Carmen Villoro); «Lontano, di spalle al paradiso, / di fronte alla gola dove i venti pungono, / mi unisco alla loro rissa, / vanno con essi i miei desideri, i petali e le foglie, / le vite che mi aspettano; / ad essi mi unisco / misteriosi signori della fuga» (Minerva Margarita Villarreal); «Desideriamo dare luce alle intemperie / perché il sangue cada sulla terraferma / fino a che le radici si perderanno nella storia» (Myriam Moscona); «preferisco…bevande / trasparenti, che aiutano a portare / la verità sopra le nostre labbra» (Lucia Rivadeneyra); «Amai ogni volta che potei / e sentii molte volte l’amore desolato» (María Dolores Guadarrama); «Dico di notte un gatto / e appare un pennello / sulla punta della mia lingua» (María Baranda); «La vita è una fila di tequile doppie / e una canzone ranchera sotto il braccio» (Leticia Luna); «Guardami / Riconoscimi» (Mariana Bernárdez); «Odio i cioccolati. / Soprattutto quelli che sono capricci.» (Dana Gelinas); «dammi Signore l’urgenza di ogni giorno» (Leticia Herrera); «Tutta la notte la sete attraversò il suo corpo» (Marianne Toussaint); «Èda tempo che cerco tra le queste rovine la mia stanza» (Coral Bracho).

Vi sono, nell’antologia, anche due poete indigene. Briceida Cuevas scrive in lingua maya e Natalia Toledo in zapoteco: nella differenza “cantano” le radici perdute e da ripiantare: «Io so di orfanezze, / ma ho una tenda dove faccio felice / chi si azzarda a staccare il nastro della mia sottana» (Toledo); «Al pozzo non piace che gli tiri pietre. / Ferisci la sua quiete. / Non gradisce quel gioco. / Se vuoi giocare con lui, / fai della tua voce una palla, / buttala, / vedrai che te la restituisce.» (Cuevas).

Solo alcuni versi, in una poetica singolare, riconoscibile, molto di oggi. Poetica delle cose e dei sentimenti proiettati dal presente verso un desiderio e una finestra sulla luce. Sì che anche la memoria, il passato, ciò che finisce costituiscono l’humus non di un rimpianto ma di una possibilità di domani a valere per la poeta e per chi legge, per l’autrice e per chi le sta attorno, per la protagonista e i protagonisti tutti della vita. Se non mancano l’eco di soprusi storici e le sopraffazioni del potere di ogni tempo, vibra però l’ironia, emerge l’indignazione, non la recriminazione. Il dato di fatto ma vale non a compianto ma a recupero e tensione di sé stesse, anche nella inclinazione sensuale e sentimentale, nel piacere sessuale da ricevere e da dare.

Non è facile recensire un’antologia, varia come questa curata da Emilio Coco: tante voci, di luoghi diversi di un Paese grande e differente nei retaggi e nell’attualità sociale. Un’antologia, inoltre, è una raccolta di voci non riducibili a unità: per cui la mia sintesi è solo un tentativo di entrare dentro le parole delle poete antologizzate.

Donne di parole: donne, come credo abbia inteso dire il curatore, le cui parole dicono, formano pensieri, li rivoltano, li negano per riaffermarli, talora con una cadenza lievemente lirica, altre con un risvolto di ricordo tenero ma basilare per il proprio sé e la vicenda umana fuori di sé, a volte con il distacco di chi sa di graffiti lasciati da qualcuno: che però scompaiono senza rimpianti, con versi e strofe brevi (della sinteticità novecentesca) o con impianto narrativo tendente al poemetto, nello scavo psicologico o nella superficie che rimanda alla sua profondità. Sempre, in ogni autrice, con una vitalità piena di vissuto e di realtà da vivere costruendone gradini e avanzamenti. «Di’ che ami. / Che ami la pietra e l’aria / e ogni momento / dell’ignoranza. / Dillo. / Di’ che ami la donna acqua e l’uomo terra. / Lasciali esistere.» (María Baranda)

Recensione
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