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Due passi all’inferno con un occhio al paradiso

La caratteristica di Mario Rondi appare quella di scrivere la reiterazione delle esperienze, mettendone in risalto la dissipazione e, dunque, l’impossibile mutamento della realtà essendo il “dentro di sé-fuori di sé” una costante inamovibile: nei racconti e, ora, in questo romanzo.

Reiterazione e immaginazione: ritenere in Due passi all’inferno con un occhio al paradiso che il massimo della vita, per esempio amorosa, risieda nella variante di partners ogni volta nuove, con lo scioglimento della fantasia, o che possa essere la rincorsa di altre probabilità e configurazioni con donne viste e vissute sempre dall’esterno. Se, alla fine, questo è l’inferno, non sarà tuttavia paradiso la scelta opposta, quasi nell’eremitaggio dei sensi, nella propensione alla cogitazione, nell’affido a santi protettori.

Una via di mezzo non si dà: in definitiva, la stretta di un aut aut senza scampo laterale. Felicità? Un miraggio, mentre le piccole gioie quotidiane, di abbracci o di silenzi, altro non fanno che sottolineare una irrimediabile solitudine umana nel suo senso concretissimo mai descritto, uscente da una scrittura che, nel tacere appunto la narrazione diretta dell’essere soli, ne afferma la condizione.

Il protagonista di Due passi all’inferno con un occhio al paradiso passa dall’inferno della prima parte del romanzo al paradiso della seconda parte portando in sé il nucleo che gli impedisce di vivere giorni più gratificanti, più propri, meno anonimi. Non denuncia, però, la crisi, il perché e il percome. Se ne fa carico, riconoscendola causata da chi gli sta intorno, quella varia umanità da fine umanesimo. E lui?

Rimanda così ai protagonisti del romanzo Novecentesco e, in parte, di alcuni scrittori di questi decenni, del romanzo della “crisi dell’individuo”, della sua incapacità di prendere la vita nelle mani, di agirla oltre il sesso e la materialità del vivere. Per il contesto? Anche per il contesto, che in Mario Rondi è dietro le quinte dell’attore in scena, evocato ma messo in sordina, il deus che non permette, non aiuta, non sollecita, anzi – rapace silente – ha sottratto e sottrae alla persona (e la depreda di) ogni energia di ribellione, di invenzione (come ricerca) di altro, di un vissuto diverso, in cui la memoria, magari, possa dire ciò che è stato per uno stato presente e futuro differente.

Un protagonista anche velleitario, talora. Pensa, infatti, l’ “eroe” di Mario Rondi di avere molte risorse, di risorgere, di trasformarsi. A fronte, invece, della ripetizione dell’esistere che lo annerisce e lo ricaccia nell’inferno del non potere, del non essere in grado di fare scalini, con quell’occhio sempre a un paradiso inesistente o non alla portata di mano.

Anonimo l’io narrativo di Mario Rondi, scivola da una parola incontrastata, in un continuum stilistico di notevole spessore, volta a raffigurarlo nella sua inanità ma anche nel suo (non dichiarato, risultante tuttavia) malinconico susseguirsi di diversivi mai schiarenti verso l’alba, quasi correnti da oscuro a oscurità. Così che gli antipodi del titolo si rivelano misura di una stessa condizione: all’inferno si è spinti da una pletora di malvagi e di azioni personali poco edificanti; l’ariosità paradisiaca cancellerebbe opportunismi e pensieri cattivi, ma…

Colpe e pentimenti sono il succo del vivere, della vita. Se si riesce, si può ridere. E Mario Rondi, di tanto in tanto, immerge il suo protagonista nel sale buono dell’ironia.

Recensione
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