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...E adesso parlo!

Mary, la protagonista del singolare romanzo di Maria Teresa Liuzzo, ...E adesso parlo!, viene salvata dalle grinfie di una famiglia tirannica, despota e più che manesca, da due fari: l’amore per Raf e la fede. Il dossier (così, proprio in clausola del libro) descrive tirannia, amore, fede dentro vicende che, pur mutando pareti e anni, tempo e spazio, restano ferme al palo del sopruso.

Ripercorrendo la sua vita fin dalla prima infanzia, lei animo sensibile e poetico, incantata di fronte a un paesaggio o a un refolo di vento o vicino ad un animalino, ricorda come stilettate le negazioni del proprio sé dovute ai parenti, anche più vicini e stretti, quindi del marito. Vittima sacrificale, tocca a Mary scontare la colpa di un amore proibito, la sua nascita essendo il frutto di un’unione non consacrata, fuori dei crismi della consuetudine religiosa e civile.

La storia dei giorni di Mary, in ...E adesso parlo!, è costellata di reiterazioni quotidiane legate al canone del “grande contro il piccolo, del maschio contro la femmina, del senso di possesso e di comando”, di gesti mai affettuosi, di angherie fin da piccola.

Mary non si ribella. Non può farlo da bambina, non lo fa da grande, per una sorta di accettazione incarnata, resa però sensibile alla coscienza in cui profonda si situa la fede, in cui galleggia l’amore sognato verso Raf – contraltare sorto a tamponare o a vanificare la china dei giorni sempre in dismissione –. Ma questa eroina del sacrificio ha anche la convinzione che “vivendo il dolore fino in fondo avrebbe potuto sconfiggerlo”. Avviene questo? O è il perdono – come ultima presa in sé della ragione e del cuore –, concesso da Mary ai suoi carnefici a chiudere il conto con il passato?

Un moto di continua, serrata rivolta, pur nella chiara risultanza dell’impossibilità per Mary di bucare l’insensibilità di tutti gli abitanti della comunità che le gira attorno, esce in chi legge dalle pagine piene di pathos per il pathos transitato senza esitazione dagli avvenimenti e dagli eventi descritti da Maria Teresa Liuzzo.

Tale impossibilità va a significare una sorta di riscatto della figura di Mary, una bambina-giovane-donna che conserva in sé il candore per immaginare un’altra vita, tutta sua questa volta benché sia affidata più a un “roseo” derivato da pensamenti-fantasie a occhi chiusi che a un risvolto di stampo realistico. E finisce per avere cadenza di testimonianza di un costume sociale e famigliare, e dell’individua donna, in cui si ripetono schemi di secoli e comportamenti mai messi sul tavolo della discussione per possibili cambiamenti.

Non sono senza motivo, allora, due sentimenti opposti nel lettore: Mary la si ama per la sua ingenuità, per la capacità di sopportazione delle angherie fisiche (ma ci si chiede come abbia fatto!) e morali, per quel filo di luce lucente uscente dai suoi sentimenti; Mary la si odia per la consapevolezza che ha di sé e, in contemporanea, la sottomissione-sopportazione alle e delle violenze.

Può ribellarsi questa eroina negativa-positiva? Potrebbe, ma è convinta, antica la sapienza!, che il tentativo finirà in un sopruso ancora maggiore. Lo fa, rifugiandosi in un suo iperuranio vòlto a proteggere un sé mai corrotto e intatto nella sua essenza.

Mary appare così come vita destinata a rintanarsi in sé stessa, ma anche vita salvata proprio perché rifugiata in sé stessa.

Recensione
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