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Ex madre

Ex madre di Francesca Del Moro: poesie di un prima e un poi-assurdo presente innervati di amore infinito. Il figlio, ventenne, muore suicida e la madre, dal proprio corpo, incide parole, versi, poesie sulla vita che è andata proditoriamente a sbattere contro la morte. La morte l’ha rapinata, sottraendola ad ogni ragione e consegnando la «trafittura / del sole di luglio».

«la ferocia con cui la vita / ha rovesciato la mano / che (le) porgeva» si fa introspezione, ricordo e rammendo, interrogativo, parola e immagine, tempo di ieri e spazio di oggi, pianto, ricerca di un senso, ripresa del niente.

Francesca Del Moro rivive il figlio morto. («Trattengono tutto di te / la casa e la città, il mio cuore / ti trattiene.») Non lo abbandona alla perdita, lo ha in sé, ne compone i fiori, gli restituisce il fiato quando stringe «l’urna contro il ventre», quando risente l’eco dell’essere insieme, il vuoto del non più, il cuore che sobbalza, il sussulto del bianco scomparire, i momenti di un passato saldo nel ricordo, la vitalità del giovane.

Evocazione e rimpianto, desiderio e memoria. Ex madre è un canto monodico dalle molte voci interiori rilasciate in una poesia che segna due vite in una. Come si può rintracciare, ma solo per reminiscenza associativa (poetica, peraltro, ché la prosa annovera, solo un esempio, anche l’Useppe di Elsa Morante), nella lauda jacoponiana, nei sonetti di Pier Jacopo Martello (per la morte di Osmino, il figlio di poco più di «un lustro»), nel Pianto carducciano, nel «E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!...» (Ungaretti di Giorno per giorno per il suo Antonello di dieci anni). E nei compianti pittorici o scultorei (legno, terracotta, ma anche marmo), nelle pietà di – solo un nome – Giovanni Bellini, nei quali madre e figlio, vicini o separati, sono un unicum di pena patita, di amore sconfinato.

Una madre non più tale per un figlio tenuto stretto in sé, accanto a sé, infibrando in sé la sua assenza fisica: «È troppo grande / l’amore a volte, / l’amore è insopportabile.»

L’uno e l’altra si ricompongono in versi classici in cui la chiarezza giunge alla radice del sentire e lo modula nelle tonalità e nei colori dell’esserci e del non più esserci. La chiarezza, si intende, delle sensazioni e la pienezza delle emozioni lasciate fluire dentro figure e “quadri” da cui risalgono significati plurimi, ognuno da percorrere, da allargare se vaga oltre la fisicità, da sciogliere se riferito alla materia: il «cielo nero», «l’insetto spaccato», «le sue mani screpolate», i «morsi in tutto il corpo», il «sole a picco», la «luna piena», «l’ascolto attento del dolore», l’«occhio sgranato» (della luna), «il messaggio della falena», «la porta spessa quanto l’infinito».

Solo qualche espressione o verso per qui enucleare il visibile (il dolore in tutto il corpo) e l’invisibile (chi ha provocato la morte e il dolore), la solarità e l’oscurità di ascendenza biblica, le parvenze e le apparenze, il «taglio netto nel petto».

C’è nella poesia di Francesca Del Moro la verità della vita che si arresta e la domanda inevasa su come questa spaccatura sia stata e sia possibile e da dove e da chi sia originata, voluta e direzionata.

C’è in Ex madre la richiesta di un ascolto, fino in fondo, non solo del dolore – del tutto inconsolabile, pur con la vicinanza amorosa dei prossimi – e di un accadimento e dei suoi corollari quotidiani, ma di una condivisione di silenzi, di insidie esistenziali, di tempo dimidiato, sconvolto. E della presa in carico, tramite la poesia, della consapevolezza che non ci sono rimedi calcoli ragioni giustificazioni alla vita, non ci sono coperture possibili, fingimenti probabili, perché «…/ la vita come al solito (…) ha riso / e ha riaffondato il colpo dove sa».

Recensione
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