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Franco Matacotta. Poeta e cittadino dimenticato

Testi dalle diverse raccolte poetiche di Franco Matacotta (lo pseudonimo, Francesco Monterosso, in alcuni libri), introduzione e cura di Gabriele Morelli: antologia essenziale per “riprendere”, a cento anni dalla nascita a Fermo, un autore le cui opere, nella dinamica degli anni in cui furono pubblicate (1941/1977, con la riproposta nel 1980 di Fisarmonica rossa a cura di Alfredo Luzi e dei Poemetti a cura di Francesco De Nicola nel 1998), hanno lasciato una vitalità non a termine. Poesie che permettono di entrare in tempi e in speranze, in situazioni, in sentimenti che hanno informato di sé un periodo storico e culturale dei più fibrillanti, tra seconda guerra mondiale e decennio successivo. Una poetica che interroga vicende e condizione dell’uomo: nel caldo della lotta per la (e le) libertà e, poi, nel suo rapporto individuale con la storia e con la vita. Quest’ultimo aspetto emergerà in misura più pensosa dalla metà degli anni Cinquanta: dopo i “furori”, infatti, Franco Matacotta sposta il cannocchiale dall’esterno all’interno per scelta politica personale, per vicende familiari (come la dolorosa morte del figlio dodicenne).

La presenza e l’impronta di Matacotta iniziano quando lui ha venticinque anni: in Poemetti (1941) raccoglie le poesie scritte dal 1936 al 1940, gli anni degli studi a Roma e della relazione con Sibilla Aleramo. La “novità” della sua poesia appare nel distacco, non frequente nei giovani usciti in quegli anni, dall’ermetismo e nella “concretezza” del pathos: «Io sono come un albero malato / d’essere vivo e più non mi rassegno / di questo male, o notte, inane notte» ( “Elegia dell’ultimo Passatore cortese”, p. 28,). Fisarmonica rossa (1945), a seguire La terra occupata (1946), Naialuna (1948), Ubbidiamo alla terra (1949) confermeranno, anche alla critica, la bontà di un autore inseribile e inserito nel dibattito della letteratura impegnata a sinistra, nata dalle fibre di chi ha vissuto e vive lotte e illusioni pre/postbelliche. E però Matacotta si distingue, tra i neorealisti marxisti o non marxisti, per una narrazione della realtà rivissuta poeticamente e con risvolti, di fisicità anche amorosa, di proiezione in avanti. (“Cessa di bussare, vento”, p. 60).

In Canzoniere di libertà (1953) «vengono ripresi componimenti di un decennio di impegno politico e civile» (Morelli): il libro però non convince. Sarà di lì a poco I Mesi (1956) a restituire la cadenza propria dello scrittore: fluente ma intimistica. Quella già autentica dei canti per i partigiani, dei canti familiari, e quella che lascia agire la corda sensuale. Si dispiegano, queste cadenze, in tutte le raccolte successive: Versi copernicani (1957), Gli orti marchigiani (1959), La peste di Milano e altri poemetti (1975), Canzoniere d’amore (1977). Anche là dove, per esempio, Milano non è città da vivere, il poeta fermano fa avvertire, prima di tutto e sotto la denuncia, l’amore per una città (dunque per un mondo) che potrebbe essere da vivere.

Come questo scrittore (di un romanzo, inoltre, La lepre bianca, 1946, riproposto da Luzi nel 1982 e di traduzioni dal russo) sia passato dalla luce della notorietà e di attente pagine critiche ad una sorta di oblìo richiederebbe molte righe. In sintesi, alcuni motivi della negligenza: la volubilità della critica o la sua superficialità (a volte vanno in questo versante le cose nell’ambiente artistico e letterario), il cambiamento culturale dei tempi, un diverso porsi di Matacotta rispetto al suo passato e al suo presente, forse una qualche difficoltà caratteriale a “stare” in un dibattito che velocemente innalza e altrettanto rapidamente fa scomparire in silenzio, i suoi inquieti o necessitati spostamenti (Roma, Fermo, Milano. Genova, infine, dove morirà nel 1978).

Ma egli resta, dicevo in exergo, uno degli autori rappresentativi delle lettere italiane, un cuneo imprescindibile, ricco di stimoli, nella poesia italiana. Benvenuta, allora, questa antologia. Dalle cui scelte testuali esce poesia non a termine. Una poesia che parla ancora, oggi, all’oggi e al domani: «Su questo muro d’ombra / su questa tomba degli anni / su questa grata di nere parole / una mano di luce / come un lampo improvviso / come un fiordaliso sul vetro // essere liberi / questo è il segreto. » (“Il segreto”, p. 49). Una poesia per studi e approfondimenti: in sé, nei lasciti, nella valenza della poesia di questi decenni così particolarmente diversi: «...Non rimandare a domani / questo feroce iato della vita» (“Inno secondo”, p.1 04).

Recensione
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