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Giovanni Dino: una scrittura varia

Nessuno va via - Lettera a mio figlio che non ho conosciuto - La verità a quattr'occhi - La scrittura il luogo il tempo

Mi giungono quattro plaquette di Giovanni Dino: Nessuno va via, (Pagine Lepine, 2017), Lettera a mio figlio che non ho conosciuto (e.f.c., 2019), La verità a quattr’occhi - Conversazione intervista con Elio Giunta, Edizione dell’Autrice, 2019), La scrittura il luogo il tempo - Intervista conversazione con Lucio Zinna, Edizione dell’Autrice, 2019).

Sono di argomento vario e, quindi, hanno ciascuna un tenore, una tensione, una scrittura. Per ordine: la prima, poesia alla moglie scomparsa troppo presto con la nostalgia per i trenta anni vissuti insieme, una moglie che, avendo riempito d’intensità la vita dell’autore, resterà per sempre (non andrà mai via); la seconda, il fiato verso il figlio non nato; quindi, le interviste a due intellettuali di vaglia del panorama culturale (a largo raggio) palermitano-siciliano ed italiano.

La diversità impedisce un riassunto, ma suggerisce, va da sé, qualche osservazione sulla personalità di Giovanni Dino, pensatore in proprio su problemi etici legati al vivere odierno, poeta, studioso della poesia nazionale contemporanea dal dopoguerra a oggi, curatore di antologie, I poeti e la crisi del 2015 per esempio in cui autori vari hanno fotografato il presente indicando spiragli (o meno) verso il futuro. Traendo dalla bio-bibliografia, aggiungo – perché è importante nella connotazione autorale della personalità di Giovanni Dino – “cattolico, aperto ecumenicamente verso tutte le fedi religiose”: Editoriali di Spiritualità & Letteratura (2006), Nuovi Salmi (con G. Ribaudo, 2012) i libri in questa particolare inclinazione.

Intellettuale poliedrico, Giovanni Dino. Cui non sfugge la realtà ricca ma, certamente, da arricchire di presenze e di riflessioni per trarre il “Bello e il Buono” e portarlo su soglie cui attingere per l’esistenza e la vita, con il versante del “partire da sé”, ossia muoversi dal proprio sentire, dalla consapevolezza dell’agire individuale, del raccogliere il dolore per farne viatico ma nel ricordo, accettandolo, non eludendolo e tenendo nel profondo l’amore che lo fa, sì, essere nelle fibre ancora più forte (Nessuno va via) ma che viene preso a sostegno nella conoscenza e nel percorrere i giorni dell’assenza-presenza.

Un agire anche pubblico, in cui altra e tanta parte del sociale e della vita possono essere fondate sulla cultura, sulla fattività culturale.

In questo senso le interviste a Elio Giunta e a Lucio Zinna, sia nelle domande sia nelle risposte, danno un quadro di possibilità nel già esperito dai due scrittori, tra loro diversi e, dunque, orientanti ciascuno un terreno di intenti, di operatività, di tentativi, ricerche, prove, di probabili esiti, e suggerendo indirettamente la proiezione per la vita culturale della propria città (Palermo) e Regione e Italia: ché nessuno dei tre luoghi si dà in solitario andare, per ovvii motivi di tradizione e di storia, di realtà odierna e di pregresse negligenze o realizzazioni.

Così, pur partendo Elio Giunta, Lucio Zinna, Giovanni Dino da esperienze degli immediati loro dintorni, prospettano raggio e filo ragionante ben oltre.

Lasciano il segno le loro riflessioni e non vanno perse: nella vita trascorsa e nel dibattito attuale. Contribuiscono a chiarire un tempo, il nostro, in cui più che il pensare parrebbe emergere il transitorio. E, invece, del pensare, per ripensarci e ripensare la proposta culturale e storica, se ne ha davvero necessità, desiderio e bisogno.

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