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Giunte rosse. Interviste sul buon governo

Sindaci e assessori delle giunte rosse di qualche decennio fa «si raccontano, raccontano una pagina della nostra storia, quella parte di modernizzazione italiana avvenuta tra le piazze, i parchi e le biblioteche di tante città italiane che per decenni sono state guidate, appunto, dalle giunte rosse. Una storia di “buon governo” che ha lasciato segni duraturi dentro tuttavia il paradosso della storia di un partito, il Pci, che non avrà mai accesso al governo centrale mentre ha espresso per decenni una cultura di governo a livello locale»: così nella seconda bandella del libro di Andrea Ambrogetti costituito da interviste a 10 amministratori (tra assessori e sindaci) di città del centro Italia: Amelia (Sandro Romildo, Mara Quadraccia), Ancona (Vittorio Salmoni), Arezzo (Paolo Nicchi), Bologna (Felicia Bottini), Imola (Maria Rosa Franzoni), Orvieto (Stefano Cimicchi), Pesaro (Simonetta Romagna), Perugia (Fabio Maria Ciuffini) , Urbania (Giuseppe Lucarini); per una Regione (Emilia Romagna) parla Onide Donati, giornalista de “l’Unità”. La prefazione di Fabio Martini contestualizza le testimonianze degli amministratori e storicizza ciò che essi hanno raggiunto ieri e nella proiezione, politica inoltre, del tempo attuale.

Donne e uomini dentro la cosa pubblica con passione e intelligenza hanno cercato, realizzandolo, per la comunità da loro governata il meglio (per quegli anni) sulla scuola, sull’ambiente, sui servizi sociali, sulla cultura con il respiro della richiesta di partecipazione della popolazione, nella prospettiva di dare un volto bello, di bellezza da vivere, ai centri. Con il respiro dentro la vita delle donne: come a Pesaro da parte dell’assessora Simonetta Romagna.

Leggendo le interviste, non giaculatorie ma un giusto orgoglio per il realizzato ed eventuale rimpianto se alcuni progetti non sono terminati secondo gli intenti, ci si rende conto di un periodo non solo di concretezze portate a compimento ma di ideali che le hanno ispirate e di idee, di conoscenze che le sorreggevano. Una sapienza anche lungimirante se è vero che quel che è stato messo in piedi e consolidato in quegli anni ancora è tratto portante della vita della polis.

Vi furono, e lo confermo avendo vissuto a pieno quei tempi (docente e giornalista, chiamata a mettere la propria voce nelle decisioni, felice, non è un paradosso, quando la realtà si trasformava in positivo), circostanze e desideri, spinta a fare il meglio, elaborazioni, anche dalla ricerca italiana generale, di diverso tenore e orientamento, echi da altri terreni europei avanzati: tutto è confluito nella volontà e nella intelligenza, nelle competenze già possedute, nello studio dei singoli governanti comunali e nelle giunte di cui facevano parte.

I risultati, che magari allora potevano essere sembrati insufficienti, alla distanza si riconoscono come basilari, innovativi, fondati sulle necessità e le richieste. Tali, cioè, che oggi, i luoghi che ancora ne usufruiscono sono molto più “ricchi” di quelli che giunte rosse non ne hanno mai avute. E se oggi, visti tagli e sottrazioni di finanziamenti agli enti locali, visto il diverso colore-nome delle giunte, servizi, iniziative e radicamenti culturali e sociali, scuole, attenzione al welfare e alla vivibilità sono in ristrettezze o perfino in agonia, non di rado si sente dire che “sì, ieri andava proprio meglio”.

Allora, Giunte rosse di Andrea Ambrogetti, scrittore e storico (La democrazia incompiuta - raccolta di scritti e discorsi di Aldo Moro -, 1999); Aldo Moro e gli americani, 2018) non è solo una ricognizione politica sul recente passato ma in sé sviluppa subito interrogativi sul perché (ancora dalla bandella) «il capitale sociale di cui quelle città e quei territori erano tanto ricchi…ha resistito solo in parte alle ondate del populismo e del sovranismo e quali sono le prospettive del governo locale nel nuovo contesto della globalizzazione e delle cessioni di sovranità».

La mia risposta non è consolante: tra un prima e l’attuale quadro politico-amministrativo appare un taglio netto, un vuoto enorme anzi. Varrebbe a riempirlo, a colmarlo, o solo a ridurlo, l’utopia di idealità che non sembrano nemmeno dietro l’angolo e, fuor di dubbio, un diverso rapporto Enti-Cittadini, Enti-Stato, Stato-Enti, una economia di relazione non rapinosa, non affidata al mercato e alla finanza ma poggiante sulle energie del lavoro e delle diffuse imprenditorialità collegate garantite sostenute, fin dal loro costituirsi ed esserci, da chi amministra e governa. Una prima risposta. I lettori ne daranno altre.

Recensione
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