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I paesaggi della regione delle Madri:

Osvaldo Licini a Monte Vidon Corrado, luglio-dicembre 2020.

«Ti scrivo dalle viscere della terra, la “regione delle Madri” forse, dove sono disceso per conservare incolumi alcuni valori immateriali, non convertibili, certo, che appartengono al dominio dello spirito umano.» Così Osvaldo Licini al teosofo e filosofo Franco Ciliberti il 1° febbraio 1941.

La regione delle Madri si distende, si allarga attorno a Monte Vidon Corrado e sale a questo centro che si identifica con Licini stesso, qui nato nel 1894, qui tornato a vivere a metà degli anni Venti del Novecento, qui spentosi nel 1958: lo confermano le splendide mostre sull’artista degli ultimi anni, il paesaggio vivo nei dipinti, i frequenti appuntamenti culturali e gli studi a lui riferiti o da lui originati.

E La Regione delle Madri. I Paesaggi di Osvaldo Licini è il titolo della mostra in corso, curata dalla studiosa Daniela Simoni (direttrice del Centro Studi Osvaldo Licini), promossa dalla Regione Marche, dal Comune, dalla Casa Museo e dal Centro Studi liciniani di Monte Vidon Corrado con catalogo eponimo di Electa, ricco di saggi, approfondimenti, ricchissimo di illustrazioni e relative didascalie, biografia e scorci della casa bella di suo, strumento non tanto per l’occasione quanto base per successivi studi su questo artista.

Intriga l’espressione (d’autore, sì) “regione delle Madri”: ante litteram rispetto agli studi (sulle madri-sulla madre, appunto) che in Italia si sono sviluppati negli ultimi decenni del Novecento? Forse queste tendenze, nel loro primo farsi in filosofia e nella sociologia, erano nella memoria di Licini, tornato a vivere nel piccolo centro marchigiano, ma in familiarità con Parigi, con poeti, intellettuali diversi e di differente formazione, con la Svezia. Svedese era la moglie, Nanny Hellström. E…chissà che non sia di Nanny la coscienza liciniana dell’origine matria!, lei scandinava, di un mondo cioè e di una cultura generosa di molte autrici e, già all’inizio del Secolo scorso, di donne protagoniste protese verso l’autonomia e la scelta della propria vita nelle opere letterarie e nella loro vita.

I quadri non risultano mai estranei al visitatore e, positivamente, lo inquietano, lo sorprendono, lo fanno sussultare, scardinano le sue certezze, lo conducono a interrogare diritto e rovescio di un’arte, dell’arte. Sono nelle sale del Centro e della Casa Museo, ma sono nell’intorno di campi verdi, o chiari perché già lavorati, in quella luce in cui gli Angeli ribelli si librano nervosi, nel cielo alto delle poetiche Amalassunte e dell’Olandese volante, personaggi alla ricerca di altro nello spazio senza approdi, nelle colline digradanti verso il mare o dolcemente salenti verso i Sibillini; sono negli schizzi a grafite còlti da una suggestione, da una prospettiva apparsa all’improvviso all’occhio dell’artista. Sono negli alberi nodosi, nella loro crescita faticata-storta, battuti da un vento di tramontana.

Rimandano alla presenza di Osvaldo Licini nella storia dell’arte di sempre e volgono alle domande sull’arte in sé, su come essa possa vivere nel senso lungo indicibile dell’esistenza e che cosa sia e che cosa offra alla polpa del pensiero e all’incanto senza fine, e come nasca, si componga, “parli” tacendo e “dica”, silenziosa ma non muta, nelle opere di questo singolare pittore.

Scorro la (e mi soffermo sulla) mostra, nuova, preziosa per le davvero numerose opere, esposte per la prima volta, provenienti per lo più da collezioni private: dai primi paesaggi - Paesaggio di Montefalcone (1923) - catturati nell’intorno (di Monte Vidon Corrado, in cui è cresciuto, in cui Licini torna nelle vacanze di studente a Bologna o a Firenze, o reduce dalla guerra del ’15-’18; e della Costa Azzurra - Marina a Saint Tropez n. 1 (1921) - scendendo da Parigi, città di anni proficui, di occasioni e relazioni con i pittori del tempo poi rivelatisi massimi, di primi avvertimenti pubblici e riscontri critici. Paesaggi che rivelano affinità, più di insieme che di particolarità, con Cézanne, Matisse, Dufy, altri), ai “paesaggi” astratti, ai personaggi animati, vibranti dei suoi quadri più celebrati, alle “matite”, di saggio e di esercizio, sì, ma irrinunciabili per comprendere Licini.

La scopro nella sorpresa di almeno tre caratteristiche.

La prima. Nei paesaggi in quanto tali, alcuni dei quali rivisti anche anni dopo (per es.: alzandolo con un unico tratto di pennello, l’orizzonte contorna sopra le colline vicine il profilo dell’Appennino lontano - Servigliano (1926) -, e dalla quiete degli elementi naturali emerge il rosso di un tetto, di un cespuglio, di una vela, il bianco di un fazzoletto di terra liberato dal suo raccolto o pronto per la semina, il verde più cupo di una macchia arbustiva, il verde intenerito di un albero alto a destra su una marina, un azzurro di insolita luminosità.

La seconda caratteristica: la verticalità e orizzontalità delle marine (francesi o fermane) si ritrova nelle linee delle geometrie astratte riempite con triangoli rossi e neri che dilatano la superficie così come il colore rompe l’uniformità del paesaggio proiettandolo sul simbolico.

La terza caratteristica è nelle “creature fantastiche”, liciniane per antonomasia, che collocheranno subito il montevidonese tra i grandi dell’arte italiana del Novecento: su un vestito celeste il cuore rosso di un Angelo ribelle, l’aureola rossa di un’Amalassunta, e quella tensione verso l’alto (“la scalata al cielo”, Daniela Simoni) fissata già nel movimento dei paesaggi delle madri e nelle astrazioni degli anni Trenta.

A vedere il dentro (di queste caratteristiche) si rintraccia, nella diversità degli esiti dei periodi e della ricerca incessante di Osvaldo Licini, il filo di una poetica che, poggiando sul dato concreto, si nutre via via delle esperienze soggettive e culturali acquisite, di incontri, di letture, di viaggi, di impegno politico: Monte Vidon Corrado è la radice al fianco quando va a Milano, sulla costa adriatica, a Göteborg o a Stoccolma, a teatro per l’Opera lirica, alle mostre; quando legge, quando è sindaco del suo paese o, prima, quando fa riunioni politiche con i compagni nella sua cantina, quando scrive poesie. Sulla tela ogni volta Licini affida al colore, al segno, al disegno, i campi illimitati del quotidiano; gli affida la fantasia e un immaginario che torni, come infatti torna, a modifica del paesaggio stesso, individuale e sociale, di spessore interiore e di evidenza esteriore, che abbia, come in effetti ha, radici ben salde (paesaggio) su cui innestare il sogno (gli abitanti dei suoi cieli), il versante razionale (astrazione geometrica), il cambiamento pittorico e non solo del paesaggio.

Il quale si dà nella sostanza, si astrae e sale dal suo esistere. Ed è la costante di apertura alla poesia, al fare, all’andare: in cui la memoria necessita di rivedersi e rileggersi per non chiudersi e perché errare, erotismo, eresia siano il sale dell’arte. Come accade nel sé dicente errante, erotico, eretico Osvaldo Licini.

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