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Il dolore della casa

Per una lettura a volo

Creature colpite a morte dal virus, proditoriamente, a vita salita fino a una bella età o appena iniziata, dal nome celebre o sconosciuto ma uscito alla luce della cronaca, creature davanti alle quali il dolore si rende a segno di una condivisione profonda per prossimità umana.

Un dolore raccolto da Gian Piero Stefanoni, nella sensibilità che gli è propria, in versi di toccante pathos nelle poesie di Il dolore della casa. Di fronte alla tragedia, improvvisa e ancora in corso in Italia e dappertutto, senza difese appare l'infermità di ciascun vivente e nulla togliendo a chi si sta adoperando per salvare corpi e vita (la dedica non a caso è per un dottore, Vito) si fa scoperto l'assalto alle fibre della creatura coinvolta in prima persona e della persona che si sente parte di un tutto, di una casa-mondo ridotta sponte non sua a un'aiuola in cui la ferocia, questa volta, viene da attacchi incontrollati , assalti inspiegabili razionalmente ricondotti al silenzio per pudore e certamente per troppo dolore: "E' sempre questo silenzio, /questo avvicendarsi inascoltato delle forme, / la morte nel suo deposito di ancòra / che chiama dal fondo un altro mare". Dire-scrivere per contenere il male del cuore ma anche per non dimenticare e per testimoniare e dare una dimensione di vicinanza e di ricordo a chi se n'è andato solo, forse non cosciente, pianto da lontano, ma vivo fino a pochi giorni prima e vivo in chi resta attonito, sofferente.

La casa del dolore è abitata da tutto questo insieme: da chi va e da chi resta, da chi non ha potuto guardarsi negli occhi, stringersi le mani, rendersi conto della ineluttabilità o preparare la cuccia della dipartita, dell'assenza, del "mai più". Agli uni e agli altri rimane la via della lamentazione. E la poesia Lamentazioni chiude il testo delle venti pagine di Gian Piero Stefanoni. Ma qui il dolore del vissuto si volge in esortazione a prendere, dalla consapevolezza- della perdita, della inermità, del dolore-la spinta per reimparare la vita, i suoi vuoti, la legge pur non amata della materia: "Ricomincia da ciò che sai, / da ciò che puoi cuore mio / ora che la sera muta i legami / e la notte non ha corpo / a cui cedere il sangue. // Ricomincia dalle tue morti, / dagli abbandoni precoci, / reimpara l'assenza, la misura / esatta e sola della carne.

Recensione
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